C’era una volta

C’era una volta un vecchio che scriveva favole.
Si era così abituato a convivere con i personaggi delle sue storie che quasi non era più in grado di distinguerli dalle persone reali.
Era giudicato uno stravagante, a causa del suo modo di fare un po’ eccentrico, dovuto, in gran parte, alla sua enorme distrazione. Immerso com’era nel mondo della fantasia, trascurava la realtà al punto che, spesso, non aveva cognizione neppure degli abiti che indossava. Abitava in uno di quei casermoni-dormitorio nella periferia di una grande città.
Sua vicina di casa era una donna che, come lui, aveva superato da tempo i settant’anni, con la quale scambiava il saluto al mattino. Lei di ritorno dalla spesa, lui dalla passeggiata nella nebbia che gli suggeriva la favola che avrebbe scritto quel giorno.

Nel suo immaginario, la signora Clara – tale era il nome della vicina – aveva un ruolo fisso: rappresentava la fata della saggezza che risolveva la situazione critica dei protagonisti delle sue favole, per lo più giovani ed inesperti. S’era fatto questa idea sbirciando i libri e le riviste che, periodicamente, facevano capolino sotto le sue braccia al rientro mattutino. Letture inconsuete e forse inadatte per una vecchia signora, a meno che i suoi interessi culturali non fossero notevoli davvero. Queste erano, però, fantasticherie che, al solito, accompagnavano i suoi embrioni di ragionamento. Nella realtà, di chi fosse veramente la signora Clara, non gliene importava granché. Era una figura funzionale per le sue favole e basta.

La sua situazione aveva un che di curioso: scriveva, da quando gli era morta la moglie, una favola al giorno, con grande impegno e curando all’inverosimile la semplicità dei suoi racconti affinché la storia e la morale fossero comprensibili per i bambini cui erano destinate, ma non aveva mai dato da leggere quelle favole a nessuno. Era solo, come la sua vicina e, come lei – come tutti gli anziani abitanti del casermone – non aveva nipotini che venissero mai a trovarlo. Soltanto gente ormai avanti negli anni, taciturna e poco disposta a socializzare. Li sfiorava senza accorgersi di loro, salvo focalizzare la sua attenzione ora su questo ora su quel volto fino a contarne le rughe, per poterlo poi descrivere come quello di un personaggio buono o cattivo che fosse.

Tutto qui.

Quel mattino decise di restare fuori più a lungo. Amava crogiolare i suoi pensieri sull’idea nascente e, questa volta, la cosa prometteva bene. Gli si stava formando nel cervello una storia nella quale, per la prima volta da quando scriveva favole, i protagonisti non erano persone ma oggetti: un fiammifero spento con la sua paura di finire nel sacco della pattumiera, un barattolo di colla, un libro e un vasetto di vetro. L’idea verteva sul recupero del fiammifero spento ad opera delle mani di un bambino per trasformarlo, insieme a tutti i suoi fratelli recuperati, in qualcosa di diverso, una casetta del presepio, ad esempio. Sarebbe stato facile, utilizzare la metafora del fiammifero, le comprensibilissime paure di quest’ultimo per una poco esaltante fine imminente, allo scopo di chiudere il racconto con una morale del tipo “non tutto il male viene per nuocere”.

Le favole hanno la funzione di educare i bambini. Altrimenti perché scriverle?

Rifletteva camminando, come suo solito, senza badare più di tanto al percorso. All’improvviso, nonostante il pastrano pesante e il berretto di lana, avvertì un freddo intenso. Decise, quindi, di tornare sui suoi passi per rientrare a casa.
Si rese conto, però, che non aveva più idea di dove si trovasse in quel momento. Il viale alberato e le foglie sotto i piedi erano gli stessi di sempre, ma, tutt’intorno, le case avevano assunto un aspetto diverso dal quartiere ove pensava ancora di essere. Ricordava il suo viale per quanto era lungo, ma non credeva possibile, almeno così gli parve osservando il paesaggio, che potesse sfociare in un viale gemello ed altrettanto esteso.

Diede la colpa alla nebbia particolarmente densa ed al freddo pungente che forse aveva definitivamente compromesso il suo già scarso senso dell’orientamento.

Per quanto tentasse d’orientarsi, infatti, non riusciva a ritrovare la via di casa. Vide, offuscata, l’insegna d’un bar. Pensò che sarebbe stato salutare entrare in un luogo caldo e poi, (che diamine!), avrebbe chiamato un tassì e si sarebbe fatto portare a casa di volata.

I pochi avventori erano taciturni e pensierosi, davanti alle loro tazze di cioccolata. L’uomo sedette ad un tavolino di fronte ed evitò d’incrociare i loro sguardi.

Il cameriere gli chiese qualcosa ma lui non capì una parola. Deve essere un profugo, si disse, che non parla l’italiano. Lo guardò in viso e, a conferma del suo pensiero precedente, notò i tratti somatici esotici e s’avvide che il colore della pelle raggrinzita era olivastro. Indicò le tazze col cioccolato fumante sul tavolo vicino per fargli capire cosa gradiva.

Subito dopo lo assalì l’angoscia. Un grosso manifesto era affisso al bancone. Vi erano raffigurati dei bambini che giocavano a girotondo. Lo angustiò il fatto di non essere in grado di leggere e capire le scritte del manifesto, nemmeno i caratteri cubitali, troppo simili a quelle che, un tempo, i ragazzi muniti di bomboletta spray tracciavano sui muri o sulle pareti dei treni. Ma non era nemmeno così: quel manifesto era scritto in modo incomprensibile. Non una delle lettere sembrava ricordargli, nemmeno lontanamente, quelle dell’alfabeto occidentale. Per quanti sforzi facesse non riusciva a trovare una similitudine nemmeno con gli ideogrammi delle lingue orientali.

L’angoscia svanì quando il cameriere gli portò la cioccolata. Squisita e calda, pensò ritemprandosi. Uno degli avventori parlò col cameriere ad alta voce. Perbacco, questo non sembrava un profugo, le sue fattezze erano normali, ma, anche lui s’esprimeva in quello strano linguaggio. Il suo disagio aumentò quando la donna, la compagna del primo, accese una sigaretta e gli rivolse la parola. Dio solo sa cos’avesse detto. Pensò che, forse gli stesse chiedendo se lo infastidiva il fumo della sigaretta, per cui rispose con un cenno che voleva significare “fai pure, non mi dai fastidio”, abbozzando un sorriso. Evidentemente, però, fraintese o fu frainteso perché l’altro s’alzò e venne ad urlargli sul muso una mare di parole che, in qualsiasi lingua fossero, non potevano che essere parolacce. Il cameriere, quasi in coro gli ripeté le stesse urla e, senza nemmeno aspettare che pagasse il conto, lo ributtò fuori, nella nebbia.

Spintonato, l’uomo che scriveva una favola al giorno, quasi cadde dal marciapiede. Non ebbe il tempo di indignarsi, perché alzando gli occhi vide che l’insegna di quel bar era scritta allo stesso modo del manifesto. Così gli annunci pubblicitari e le confezioni di dolciumi ch’erano nella vetrina. Rinunciò a capire e s’avviò, sconsolato nella direzione che lo avrebbe, così presumeva, riportato a casa. Camminò quasi sul ciglio del marciapiede, voltandosi, di tanto in tanto, nella vana speranza di veder sopraggiungere un tassì. Il freddo gli indusse brividi nella schiena. Anche le gambe gli tremavano un po’.

Sedette su una panchina sotto un platano serrando alla gola il bavero del pastrano, per riprendere fiato. Ormai dovevano essere passate le dieci.

Un cagnolino dal pelo fulvo gli si avvicinò annusandogli le scarpe. Subito seguito da un bambino che arrivò di corsa per recuperarlo prendendolo in braccio. Il ragazzetto indossava la tuta e le scarpe da ginnastica. Il suo abbigliamento era senz’altro inadeguato al freddo e alla nebbia che pungevano come aghi il corpo del vecchio.

“Non hai freddo?” gli chiese.

Il bimbo parve non capire e gli si parò innanzi con aria interrogativa.
“Fa freddo”, ribadì l’uomo delle favole.

“Tu che fai?” gli chiese il bambino.

“Mio Dio”, pensò l’uomo, “parla la mia lingua, credevo d’essermi infilato in un incubo”.

“Aspetto un tassì per tornare a casa”, rispose.

“Dove abiti?” gli domandò ancora il bambino, mentre il suo cane, dopo aver dato segni d’impazienza, gli sfuggì di mano, correndo avanti e indietro sul marciapiede. La domanda scombussolò il vecchio che, soltanto in quel momento si rese conto di non ricordare l’indirizzo di casa sua.

“Laggiù” rispose, indicando vagamente il fondo del viale. Si era perso, dunque.

“Com’è casa tua?”

“E’ grande…”, fu l’unica cosa che seppe rispondergli.

Ora, con il terrore che gli fece del tutto dimenticare il freddo, stava rendendosi conto di non ricordare, non solo l’indirizzo, ma di non avere più la più vaga idea di come fosse fatta casa sua.

“Che fai?”

“… Aspetto un tassì… te l’ho già detto” – che mi porti dove? – aggiunse mentalmente l’uomo angosciato.

“Me l’hai già detto. Io volevo sapere che fai di lavoro”

“Non lavoro. Non lavoro più, sono in pensione. Non mi vedi? Sono vecchio.”

“Mmm… cos’è la pensione?”

“E’ quando ti pagano anche se non lavori più. Dopo avere lavorato per tanti anni, smetti e ti riposi. Questa è la pensione.”

“Allora non fai più niente?”

“Quante domande… sì, non faccio più niente. A dire la verità scrivo le favole”.

La curiosità del ragazzino si scatenò del tutto. No, lui non sapeva cosa fossero le favole e chiese al vecchio di raccontargliene una e poi un’altra e poi ancora. Il bimbo ed il cane restarono seduti su quella panchina vicino a lui per diverse ore. Il bimbo, affascinato dalle storie del vecchio, non era mai sazio e chiedeva ch’egli continuasse a descrivere quel mondo fantastico che, ora, sembrava materializzarsi sotto i loro occhi. Incuranti del passare delle ore e della nebbia che ormai aveva assunto la consistenza d’un lenzuolo, proseguirono nel loro gioco ancora per molto. Era diventato un gioco per merito del bambino, il quale ad ogni racconto faceva seguire delle variazioni sul tema. Il vecchio abboccava e la favola assumeva nuovi contorni e significati diversi dall’originale.

Il buio li colse improvvisamente. Il ragazzino salutò il vecchio con un “ciao” e prendendosi il cagnolino sotto il braccio sparì. L’uomo s’alzò, avviandosi verso un indirizzo ignoto.

***

La signora Clara, scorgendo il vicino lungo disteso nell’androne, ebbe paura che il pover’uomo fosse morto. Gli si avvicinò e s’accorse che il vecchio respirava ancora.

“Stia su, la prego” gli disse mentre, faticosamente, gli faceva passare un braccio sotto la testa.

“La fata saggia!…”, farfugliò il vecchio, mentre una strana luce gli attraversava lo sguardo. Poi lo vinse l’affanno, un’asma che lo faceva sibilare come un mantice.

Lo misero sulla lettiga. La signora Clara gli si avvicinò mentre i portantini stavano per caricarlo sull’ambulanza. L’uomo voleva dirle qualcosa. Accosto’ l’orecchio alla bocca dell’uomo per afferrarne il rantoloso sussurro:

“Una volta c’erano le favole… ricordalo ai bambini, fata saggia!”

Clara seguì le luci dell’ambulanza fino a che disparvero, poi tornando nel suo appartamento, capì che non era facile per nessuno vivere in questo strano mondo dove i bambini, ormai da molti anni, erano diventati, purtroppo, solo un ricordo di un passato assai lontano.
Come le favole, del resto.

Copyright: Benito Ciarlo® (tutti i diritti riservati

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