Giulio e le parole

Non chiedetevi, e non chiedetemi, per favore, perché certi fatti avvengono. Le ragioni sfuggono, eppure i fatti sono lì, sotto i nostri occhi e non hanno bisogno di molte spiegazioni, avvengono e basta.
Quindi, è inutile ch’io mi scervelli per capire e spiegarvi la metamorfosi di Giulio.
Giulio era balbuziente e dislessico, non sapeva mettere insieme una frase di senso compiuto fino a sei mesi fa. Ora si esprime come un retore e per giunta, invariabilmente, in rime alterne.
Fa impazzire i genitori e le maestre che tentano di riportarlo – con quanti sforzi loro lo sanno – alla normalità.
Il fatto straordinario è che Giulio, per esprimersi in questa inusitata maniera non compie il minimo sforzo. Parla come gli altri ragazzi, adopera gli stessi toni, fa le smorfie che tutti i bambini di dieci anni fanno per accentuare i concetti che esprimono, ma , al minimo, dalle sue labbra fuoriesce una terzina con la rima che bacia l’ultima parola da lui pronunciata o ascoltata dal suo interlocutore.
Lo sbalordimento iniziale dei genitori, dei nonni e delle maestre e dei compagni di scuola è presto mutato in disagio. Erano abituati al Giulio che parlava poco, che faceva fatica a capire e si capiva a stento, tardo nei gesti e nelle reazioni. Ora si trovano di fronte, invece, una specie di esuberante poeta in calzoni corti che li mette in imbarazzo ogni volta che apre bocca. Le loro parole, anche le più serie appaiono miserabili e prive di senso, rispetto a quelle pronunciate dal ragazzo.
Alla maestra che gli ha chiesto di risolvere un problema di geometria inerente il calcolo del perimetro di un quadrato di lato 25 centimetri il ragazzo ha risposto in un battibaleno: « Che bello, sono proprio contento, perché se venticinque è questo lato, i quattro del quadrato sono cento. »
E al padre che lo stava rimproverando per aver molto sudato giocando al pallone nel cortile di casa, ha risposto sottovoce e col solito sorriso sulle labbra: « Tirare calci e muoversi di corsa, comporta del lavoro e l’energia si dissipa in calor . C’è la risorsa che induce l’acqua che nel corpo spia a raffreddar la pelle. Se non sudassi, babbo, brucerei disidratato fra capelli e nei!»
Credo sia stata questa la ragione che ha convinto Roberto, suo padre, a ricorrere all’aiuto del dottor Meridessi.
Il dottor Meridessi, noto in tutta la provincia per i lusinghieri risultati ottenuti con ragazzi difficili, ha approcciato molto seriamente il problema decidendo di trattare Giulio non come un fenomeno da baraccone, non come un ragazzino di dieci anni ma come un adulto. Si è sforzato non soltanto di cercare di comprendere le cause che hanno provocato la trasformazione nel suo modo di esprimersi , ma anche quale bisogno recondito le sue parole denunciassero. Naturalmente nonostante tutta la buona volontà e la determinazione ha dovuto arrendersi.
La prima cosa che ha notato riguarda il vezzo di Giulio di parlare di se stesso talvolta in terza persona. Alla sua prima innocua domanda, «Come va? », il ragazzo ha risposto con un sorriso:
« Giulio non sa. Egli vorrebbe dire “tutto bene”, che non l’affligge nulla, ma, in realtà, gli pare di soffrire…»;
A questo punto il medico, decide d’essere diretto e rompendo gli indugi, gli chiede: « Perché parli in questa maniera?»
Il ragazzo dopo aver guardato negli occhi il medico un istante, senza il minimo imbarazzo gli ha risposto:
« Non conosco altro modo di parlare, le parole mi salgono alla bocca, solo se in bocca possono suonare, ed è perciò che mai nessuna è sciocca; ed è per questo che se dico cuore come una frusta nella mente schiocca l’idea che mi costringe a dir dolore e un’altra, “amore”, la mia mente dice che suona bene e mi ridà calore. Come suonava Orfeo con Euridice così suona nel capo l’ assonanza tra il verbo e l’aggettivo e lor s’addice lasciar, rimando, boria ed arroganza.»
Dopo cinque incontri Meridessi cerca Roberto e gli comunica di non aver spiegazioni. Suggerisce di far vedere il ragazzo da un professore di Letteratura.

Il professor Latomia, ordinario di Lettere Moderne della locale università contattato dallo stesso Meridessi accompagnato da Roberto, ascolta con evidente scetticismo quanto i due gli raccontano e, per riguardo all’esimio dottore, accetta di vedere il ragazzo. L’appuntamento è per il mattino successivo nel suo studio al palazzo della facoltà di lettere.

Lo studio di Latomia è un antro le cui pareti e davanzali e pavimento sono ricoperti di libri, Giulio fa fatica a trovare, guidato per mano dal padre, lo spazio per avvicinarsi alla scrivania. Il professore sta leggendo delle carte, saluta i due senza alzare gli occhi e fa loro cenno di sedersi. Sulle sedie sono riposti, manco a dirlo dei libri e, considerato che il professore continua ad essere assorto nella lettura, Roberto pensa bene di liberarne due poggiando delicatamente i libri per terra, di sedersi e far sedere Giulio. Questi è come in catalessi. Il suo sguardo non sa abbandonare i dorsi della miriade di libri che occhieggiano dagli scaffali o dalle disordinate pile ammonticchiate dappertutto.
Dopo diversi minuti, Latomia alza lo sguardo sopra le lenti e, come accorgendosi solo in quel momento della presenza dei due, tossisce saluta di nuovo e si scusa per averli fatti attendere.
Guarda Giulio con curiosità. S’era immaginato un ragazzino smunto e brufoloso e nota invece che è un ragazzo dall’apparenza normalissima. Il ragazzo, s’accorge della curiosità del professore e il suo disagio aumenta.
Roberto vorrebbe parlare di quelli che lui considera i problemi di suo figlio, ma Latomia lo ferma con un gesto. Incombe un silenzio fatto di sguardi intensi e occhi bassi che dura però pochissimo. Poi con voce stentorea il professore si rivolge a Giulio: « Cosa vuoi raccontarmi?» gli chiede. Il ragazzo tace pieno di imbarazzo, tanto che il padre si sente in dovere di intervenire: « Dì qualcosa al professore… Professore, tutto è cominciato all’improvviso, una mattina e ne restammo tutti meravigliati… Giulio ti ricordi quella mattina…»; «La prego, signor Roberto, preferirei fosse lui a raccontare… Giulio, vuoi dirmi per favore com’è cominciato tutto questo? Da quando e perche parli in quello strano modo che mi è stato descritto da tuo papà e dal dottor Meredessi? Ti costa fatica, soffri?»
L’espressione del viso di Giulio tradisce attraverso l’accentuato rossore l’estremo imbarazzo che prova in questo momento. Poi come scosso da una scarica elettrica, si rasserena e risponde:
«Lei definisce strano, professore, il modo in cui m’esprimo e si domanda com’ebbe inizio questo mio dolore; dolor non è mi creda, e se comanda io le racconterò di quel mio sogno che mi fece tremare nella branda »
Latomia mostra l’espressione di stupore attraverso la forma che hanno assunto le sue sopracciglia del tutto simili ora a due accenti circonflessi. Subodora la presa in giro e teme per la sua reputazione. Questo bamboccio crede di farmi fesso, pensa, sciorinandomi qualcosa imparata a memoria prima di venire qui! Lo interrompe perentoriamente con l’intento di deviare la memoria del ragazzo su un argomento diverso: « Non ti ho chiesto di raccontarmi i tuoi sogni, ti ho domandato di spiegarmi perché parli… così»
Il ragazzo prosegue mentre il professore si rigira nella sedia e volge lo sguardo verso i libri contenuti nella teca più alta dello scaffale che ha di fronte, mentre dubita della realtà che lo circonda.
« Sì, professore, sì, le sto narrando come il parlare in rima principiò: tutto ebbe inizio allora che sognando, un uomo austero che mi disse “no, non più balbetterai se con costanza osserverai la legge che ti dò”, io mi sentii lontan dalla mia stanza.
Quell’omaccion dal prominente naso mi trascinò in un libro con baldanza. “Cerca nel cuore” disse “e non a caso, le parole che suonano tra di loro, dà loro corda e d’esse riempi il vaso!” “Parole?” dissi, “questo è un gran lavoro, ne conosco pochissime ed a stento pochissime ne dico con decoro” “Ebben io ti regalo ora il portento d’un ricco dizionario, la maestria, che ti faranno dominar l’evento e la memoria simile alla mia!” concluse quell’omon d’accento tosco. Io da quel giorno parlo con poesia o taccio che il ridicolo conosco».
“Madonna mia santissima!” urla fra sé il professor Latomia. Ricomponendosi domanda a Giulio e a Roberto: « Verreste con me a Roma?»
Roberto guarda a sua volta il professore con aria desolata.
« A Roma? per quale motivo, se posso chiederlo?»
« Vorrei far parlare suo figlio con dei colleghi accademici. La prego, forse verremo a capo di tutto. Io sono sbalordito e da solo non riesco a comprendere il fenomeno che interessa l’intelletto di suo figlio. Con l’aiuto di altri letterati, però, sono certo che riusciremo a sbrogliare questa strana e intricata matassa».
Il volto di Roberto denuncia perplessità.
Il ragazzo ride felice al pensiero del viaggio e per un attimo lo sfiora il sospetto che ha attanagliato suo padre poco prima, cioè che il professore stia mentendo. Certo, lo mostrerà ai suoi colleghi, ma come un “fenomeno”, appunto. Poco importa, perché, visto che l’occasione si presenta, rinunciare ad un così bel viaggio?

Il treno superveloce, quindici giorni dopo, in sole tre ore li conduce a Roma. Durante il viaggio Giulio e il professore non smettono un attimo di parlare, mentre Roberto accusa una forte emicrania e si sposta verso il fondo della vettura non reggendo il loro linguaggio incomprensibile.

Un taxi li porta, sfidando il traffico caotico, in pochi minuti ai piedi di un palazzo di via del Corso, sul cui portone fa bella mostra di sé un cartello in ottone lucidissimo che avverte i passanti che al secondo piano dello stesso ha sede l’Accademia Letteraria Italiana (ALI).
Il vecchio ascensore pare colto dall’asma mentre sotto gli occhi di Giulio sfilano le grate di protezione che racchiudono l’elevatore nella tromba delle antiche scale.

Entrano in quello che dall’esterno sembra un normale appartamento ma che si rivela invece essere un immenso salone disseminato di tavoli e libri di divani e poltrone, di manoscritti e computers.

Oltrepassano l’ampio salone in cui numerose persone sembrano intente a chissà quali importanti azioni ed entrano in un secondo ambiente ancora più vasto del primo. Dietro l’enorme tavolo posto vicino alla parete di fondo, sovrastata da un arazzo che raffigura Dante a colloquio con Lorenzo il Magnifico e con Giacomo Leopardi, sono seduti dieci uomini e due donne dall’aria molto seria.
Accolgono i nuovi venuti con un sorriso di circostanza e si dispongono ad ascoltare Latomia che dovrà loro illustrare l’oggetto della visita.
E’ palpabile nell’aria, il disagio di Giulio e di suo padre, l’imbarazzo del professor Latomia e l’impazienza quasi infastidita degli accademici.
La signora più anziana rivolge con cortesia la solita domanda a Giulio, sul perché e sul percome. Giulio, prontamente risponde nel solito modo, senza esitare e si diverte a narrare molti particolari di quel miracoloso sogno ch’ebbe Dante per protagonista e mentore.
Lo fa con rime deliziose, precise, pertinenti. E allo stesso modo risponde alle domande che ora si affastellano quasi furiose, da parte dei professori.

Il pomeriggio, Giulio, il padre e Latomia lo passano visitando il Campidoglio, i Fori Imperiali, il Colosseo e il Circo Massimo. Stanchi raggiungono in albergo ove Giulio annota sul diario la sua felicità. Naturalmente in terzine dantesche a rime concatenate.

Il giorno dopo Giulio viene condotto ancora all’ALI e qui per ore ascolta professori che gli spiegano diffusamente la metrica, la scansione ritmica e i generi, suggerendogli imperdibili letture e sicuri punti di riferimento.
All’ora di pranzo il ragazzo, esausto, è stranamente taciturno. La sua attenzione sembra attratta soltanto dalla rete piena d’edera che circonda i tavoli all’aperto della trattoria di Trastevere dove hanno deciso di pranzare. Non ascolta i professori che dissertano sulle sue straordinarie capacità. Come suo padre, del resto, che sente una gran voglia di piangere.
Mangia con avidità una deliziosa pastasciutta e continua a non rispondere alle dotte sollecitazioni provenienti dagli accademici che vorrebbero verificare se ha ben compreso la lezione del mattino.
Suo padre, in attesa del piatto di carciofi che hanno ordinato per secondo, gli domanda se la pastasciutta gli è piaciuta, aspettandosi di riceve un inno come risposta. Invece Giulio si limita ad annuire, distratto e melanconico.

Alle quattro del pomeriggio nei locali dell’ALI lo sottopongono ad una nuova full immersion poetica. Gli raccontano dei grandi della letteratura, gli leggono testi bellissimi e la cara signora che per prima gli aveva rivolto la parola ora gli illustra la differenza tra i senari e i settenari, tra gli alessandrini e l’endecasillabo. Gli spiega la sinalefe e l’apocope. A Giulio sfuggono sempre più frequentemente degli sbadigli. Si sente in un ginepraio inestricabile.

A sera tutti a cena dal professor Celiridici, che ha la casa piena di altri ospiti. Giulio viene presentato a tutti e tutti aspettano di sentirlo parlare. Il ragazzo si chiude però in un ostinato mutismo che irrita l’accademico padrone di casa. Così per tutta la durata della cena.

A cena conclusa si trasferiscono tutti nella terrazza con vista su San Pietro ove addirittura delle palme nane, asfodeli e ortensie accolgono gli ospiti. Il silenzio è tangibile, tanto che si distinguono i vari suoni che provengono dalla strada venti metri più sotto.

Celiridici fa un ultimo tentativo ed emulando Michelangelo, con lo stesso disappunto di quando lo scultore inveì contro il Mosè appena finito, gli domanda a voce alta: « Perché non parli? »

Giulio apre la bocca per dire qualcosa, poi respira profondamente. La gente posa i bicchieri e tutti gli si fanno attorno. A questo punto sorride, fa sparire il solco profondo che s’era creato fra le sue sopracciglia, rasserenandosi e, in un crescendo di toni, risponde:
« Io so perché v’incuriosisco tanto e so perché adesso state zitti. Il miracol notturno di cui canto
è davvero avvenuto. Tutti ritti i lemmi mi circondano ridendo così ch’io riesca ad evitar conflitti dandomi sicurezza ed accrescendo la buona scelta delle mie parole. Voi mi capite ben se state annuendo per cui or voglio dir solo due cose: sono arrabbiato per la vostra brama di veder se dai cardi sboccian rose e mi deprime questo panorama di regole e precetti da imparare per diventar poeta ed aver fama.
Se grazie a Dante questo è mio il parlare io prego Dante che riprenda il dono giacché così non è comunicare. Del grande Vate spero nel perdono ma è giunta l’ora di placar la mente e ingiungere alle rime l’abbandono.
Per cui, papà non me ne importa niente se di nuovo sarò quel bimbo tardo con la bocca tremante e insufficiente. Rendo il bel dizionario di quel bardo e la memoria rendo a chi la vuole, ché preferisco il gatto senza lardo, la pioggia alla giornata con il sole. Fuori da questo mondo ch’è bugiardo vivrò sereno senza le parole…

P…aa..pà tttt…ttt.ooorn..iiamo a c…cccas…sa.»

Benito Ciarlo

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4 pensieri riguardo “Giulio e le parole

  1. Nella prima parte della lettura…sono esplosa dentro di me affermando: IL MIRACOLO POETICO… Immediatamente mi sono bloccata. Terribilmente evidente la forzatura del mondo sull’individuo sia abile che inabile che geniale. Questo splendido… e originale racconto coglie la vera “purezza” come finalità. Saggezza “semplice” e disarmante che segue la natura dell’essere. Giulio: “Voi mi capite ben se state annuendo per cui or voglio dir solo due cose: sono arrabbiato per la vostra brama di veder se dai cardi sboccian rose e mi deprime questo panorama di regole e precetti da imparare per diventar poeta ed aver fama”. Una perla….autentica! Grazie sincero Benito!

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  2. Ho già letto questa storia, tempo fa, e mi colpì così tanto la tua perizia che me la ricordo ancora. Che dirti? Certe abilità hanno una componente innata: l’orecchio musicale si ha o non si ha. Poi ci si può allenare, certo, ma il talento è altra cosa. Perché non proponi le cose che scrivi a qualche editore?

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    1. Perché temo di far la fine di Giulio. Scherzi a parte, ho proprio paura che giudicherebbero ciò che scrivo fuori dal tempo e non adatto ai lettori di oggi. Il tuo commento però mi ha fatto un piacere dell’anima, soprattutto il fatto che te la ricordassi. Se per avventura qualcuno passasse di qui e si soffermasse a leggerne qualche passo, per me sarebbe un bel successo.
      Grazie, un abbraccio
      Ben

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