Serravallesi Inquieti – L’intervista de “Il Novese”


Faccio parte di un gruppo locale molto attivo su Facebook che si interessa delle problematiche di Serravalle Scrivia, città nella quale vivo dal 1968. Un giornalista de ” il Novese” ritenendo degni di attenzione alcuni  interventi mi ha  contattato per saperne di più e dare modo ai miei concittadini che non usano internet , attraverso la pubblicazione dell’intervista, di conoscere quelle opinioni. L’intervista ha avuto luogo, è stata lunga e articolata e ieri è stata pubblicata dal suddetto giornale. Come spesso avviene, però, non è stata pubblicata integralmente per ragioni di spazio, e da quel che si può leggere ho tratto l’impressione che il senso di ciò che ho detto possa facilmente essere travisato o, quanto meno si capisca poco la logica delle proposte delle quali nel gruppo si sta discutendo. Presumo che una piccola premessa chiarificatrice introdutiva avrebbe contribuito ad una maggiore chiarezza e che se nel “taglia e cuci” operato per ottimizzare lo spazio a disposizione si fosse tenuto conto maggiormente del senso delle frasi che ho detto, le stesse apparirebbero, forse meno slegate dalla logica di quel che sembrano. Per quello che potrà servire pubblico qui sia l’intervista apparsa sul giornale, sia il testo della conversazione col giornalista che mi ha intervistato. Traetene voi le conclusioni.
Benito Ciarlo

PAGINA DEL IL NOVESELA PAGINA DE IL NOVESE DEL 10 NOVEMBRE

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IL TESTO INTEGRALE DELL’INTERVISTA

Qual è la sua attività attuale?

Sono in pensione. Faccio il nonno (felice), un po’ di volontariato e coltivo quelle passioni che quando lavoravo ho giocoforza trascurato, come scrivere novelle, poesie, inventare giochi enigmistici, leggere, fare un po’ d’attività fisica, stare in internet.

Quale attività ha svolto in passato?

Sono stato per diversi lustri responsabile della Prevenzione degli Infortuni e dell’Ecologia, addetto anche alle Pubbliche Relazioni, per la KME di Serravalle.

Il centro storico di Serravalle è spesso oggetto di discussioni nel vostro gruppo. Si denota la sua carenza di attrattiva turistica ed economica. Colpa dei centri commerciali? Fino a quando il centro storico è stato vivo e accogliente?

Vero, ce ne occupiamo molto e non soltanto per ricordare i bei tempi. A noi[1] – a tutti i serravallesi credo – dispiace molto vedere la parte più antica di Serravalle svuotarsi e deteriorarsi senza rimedio apparente. Lo sviluppo del paese ha trovato il suo naturale sbocco verso l’autostrada ed oltre, ciò non giustifica a nostro avviso l’abbandono dell’esistente. I negozi e le attività commerciali in genere sono migrati altrove o – nella maggior parte dei casi – hanno chiuso definitivamente i battenti perché l’area è lontana dai quartieri più densamente abitati ed è conformata in modo tale che non è agevole per tutti andarci spesso.

Tali fenomeni sono cominciati verso la fine degli anni Settanta, cioè ben prima dell’apertura dei centri commerciali ed hanno all’origine, come quasi tutti i più gravi problemi di Serravalle, la mancanza di vie alternative per il traffico, cioè della circonvallazione. (L’attualità della quale risorge ad ogni tornata elettorale per essere dimenticata un minuto dopo la formazione del nuovo Consiglio Comunale… Non vado avanti su questo argomento perché sono già prolisso per mia natura e per dire esaurientemente ciò che penso mi ci vorrebbe lo spazio di un romanzo. Lei ha più saputo nulla del progetto di fattibilità costato 650.000 € che giace nei cassetti della Provincia da due o tre anni?

Un’idea interessante per ridarle lustro è la creazione di eventi paralleli a quelli dell’outlet nel centro storico di Serravalle. Quali sono le sue proposte, che ritiene attuabili?

Vede, quando le proposte concrete (come quella che fece la Mc Arthur Glenn all’epoca dell’insediamento dell’Outlet che prevedeva un suo fattivo interessamento per la sistemazione e la valorizzazione del centro storico ) vengono lasciate cadere in nome di non si sa più quale logica, ai cittadini non resta che sognare. Certe volte sognando s’intravedono cose che potrebbero acquistare concretezza se solo si riuscisse a destare il necessario interesse nelle “persone che contano”.
Allora noi lanciamo idee all’apparenza cervellotiche che però hanno un fondo molto propositivo.
Si parte dal presupposto che le eventuali sinergie da creare tra Serravalle e la miriade di mega-negozi che ospita sul suo territorio, non possa che portare a risultati positivi all’una e agli altri.

Guardi questa foto e il commento annesso. Ritrae ciò che accade al casello di Serravalle  in una domenica qualsiasi. Riesce ad immaginare dove arrivi la coda d’automobili quando l’Outlet lancia i “saldi” o altri del Retail Park lanciano iniziative analoghe?:

La domanda che ci poniamo è: quale beneficio potrebbe ricavare Serravalle da un flusso di visitatori di questo tipo che ammonta e supera forse il flusso annuale di turisti che si reca in Liguria durante un intero anno?

E l’altra è: quale beneficio potrebbero trarre i megastore se un flusso cospicuo di visitatori arrivasse a Serravalle in periodi, per loro, di stanca?
Per rispondersi c’è chi immagina un cambio epocale per il nostro paese: da “città dormitorio”, come viene spesso definita dai suoi stessi abitanti, a “città a vocazione turistica”, proprio sfruttando a dovere il fatto che centinaia di migliaia di persone ci vengono durante l’anno per altri motivi. Per un cambiamento del genere che, prima della capacità di affrontare i costi relativi, presuppone l’accettazione del principio enunciato da parte di chi la città la governa, è necessario tentare di “pensare in grande”. Non è con la “sagra delle castagne” che si potrebbe cambiare la musica.

Tra le proposte sono presenti manifestazioni artistiche, tra cui un concerto alla rotonda dell’autostrada con diecimila posti a sedere. Non le sembra impraticabile?

 Quell’idea è mia, non è assolutamente praticabile e l’ho pure scritto mentre la proponevo. E’ chiaramente una provocazione: un evento del genere costringerebbe chi ci amministra a ripensare all’urgenza della circonvallazione perché la sua attuazione provocherebbe il blocco del traffico di mezzo Piemonte per tutta la durata del concerto. Come quella del “Cynar Day” che avevamo lanciato sull’altro gruppo ora chiuso… che si è poi concretizzata in qualcosa di diverso ma non per questo meno suggestivo: la manifestazione di quest’estate “Serravalle è Bella”.

Ma di idee degli “Inquieti” sull’argomento, se vuole, su Facebook ne trova tantissime e, alcune sono quanto meno da leggere e meditare, a mio avviso.

A suo parere quali sono i motivi per cui a Serravalle gli eventi non vanno oltre la sagra e la tradizionale fiera di S.Martino?

Non saprei. Peccherei di presunzione se sapessi dirle le cause precise. In realtà a Serravalle si fanno anche cose “in grande”, come il concorso  letterario nazionale “Le Storie del Novecento” e altre, ma non sono adatte “turisticamente” per colmare il vuoto che vediamo (anche se potrebbero diventarlo, inserite in un progetto di più ampio respiro). Immagino che non sia stata sufficientemente valutata l’idea di cui stiamo discutendo e non si ravvisi la necessità e il tornaconto di allargare gli orizzonti. Forse qualcuno ritiene sufficiente quanto già si fa o si è arreso pensando alle difficoltà per il reperimento dei fondi necessari, che pure ci saranno. Nelle nostre discussioni, però, vi sono state testimonianze di persone che conoscono altre realtà simili a Serravalle, Valmontone ad esempio, dove quella sinergia di cui parliamo è stata trovata, o è in via di esserlo, e i risultati sono già apprezzabili.

Lei ha citato l’esempio della Polifonica serravallese, nata nel 1980 come semplice coretto parrocchiale e diventata un’importante orchestra a livello nazionale. Qual è stato il segreto di Gigi Bolchi? Come si può crescere nel settore turistico?


Anche se non ne faccio più parte, considero la Polifonica uno dei pochi miracoli di Serravalle per tantissime ragioni, perciò la cito ad esempio. La prima ragione è quella di essere stata capace di nascere e sopravvivere in un periodo in cui le grandi formazioni musicali chiudono e/o sono in crisi nera. In secondo luogo (e qui sta l’essenza del miracolo) perché Bolchi ha avuto il coraggio di “pensare in grande” sin dall’inizio e di non arrendersi davanti a nessuna difficoltà. Lo testimoniano trenta anni di successi continui. Il suo segreto è questo: piccoli, dilettanti, sì ma senza paura di confrontarsi con mostri sacri come Mozart, Beethoven, Verdi o Borodin, per dirne alcuni; portare la musica ovunque: andare a cantare a Dernice in val Borbera, piuttosto che a Zurigo con lo stesso identico entusiasmo. Con grande umiltà, con prove massacranti (soprattutto per Gigi che ha impegnato in questo sforzo tutti i pomeriggi e le sere della sua vita da quando quel coretto è nato). E poi i Serravallesi e non, che, contagiati dalla musica, dall’entusiasmo e dall’intraprendenza di Bolchi hanno saputo rispondere in modo a dir poco magnifico dimostrando agli scettici che l’apatia della nostra gente è solo una favola per disattenti[2].

E allora perché dopo trent’anni non tentare di dare lustro a Serravalle creando un festival internazionale di musica classica forti della presenza e dell’esperienza della Polifonica? Il tutto inserito nella gigantesca kermesse che immaginiamo per l’estate di Serravalle, naturalmente.

Un festival internazionale di musica classica, sulla scia della polifonica, potrebbe stimolare la sinergia con i centri commerciali, convincendoli a partecipare economicamente?

Suppongo di sì, comunque bisognerebbe verificarlo (e non è detto che non lo faremo, prima o poi). Un evento del genere dovrebbe essere creato con la loro partecipazione economica perché si rivelerebbe un investimento per il futuro anche per loro. Ma ripeto non si dovrebbe aver paura di invitare personaggi del calibro del maestro Abbado o del soprano Anna Netrebko ad esempio.

Eventi di richiamo potrebbero rivalorizzare luoghi ricchi di cultura come i resti archeologici di Libarna, di diverso tempo in un triste stato di abbandono.

Ha ragione, anche se non mi risulta che Libarna sia abbandonata: certamente, sarebbe un palcoscenico naturale di tutto rilievo, e anche l’area archeologica trarrebbe  maggiore notorietà da un evento del genere. Al punto che con adeguati sforzi potrebbe diventare la sede non di un unico evento ma di una serie da ripetere annualmente come a Spoleto o a Stresa. Di un evento “cult”, insomma.

Un’altra opportunità da sfruttare è la presenza degli stranieri. Son un sapere importante, non come si pensa una minaccia…

Sì, pure di questo si diceva nelle nostre discussioni: le potenzialità dei nuovi serravallesi sono enormi anche se sconosciute ai più. Per averne un’idea provi a parlare con Marco Debrevi che, col suo gruppo e l’AUSER, tiene i corsi di alfabetizzazione per loro.
Invece di riempirci la bocca con voli pindarici quali il muticulturalismo, parola vuota e direttamente in antitesi con la loro integrazione nel tessuto sociale, immaginiamo quanto potrebbe giovare alla conoscenza reciproca e al superamento delle reciproche diffidenze il loro coinvolgimento in un sogno di questa portata.
E’ anche per questo che speriamo tanto che non resti soltanto un sogno.


[1] Sono nato in Calabria ma vivo a Serravalle da 43 anni e mi sento tenacemente serravallese.
[2] Un altro bell’esempio di partecipazione dei serravallesi è, manco a dirlo, il gruppo fondato da Emma Bricola:  “Serravallesi Inquieti” che oggi conta circa 370 partecipanti. E scusate se è poco. Hanno definito i nostri mugugni “ronzii fastidiosi”, dovranno convincersi che possono diventare un fragore, quello sì difficile da sopportare.

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Un pensiero su “Serravallesi Inquieti – L’intervista de “Il Novese”

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