Nuvole a Gisors

Sarà l’aria della Normandia, o più probabilmente il bicchiere di Montebello che ieri sera m’hanno costretto a bere. Certo è che non riesco a chiudere occhio, nonostante la stanchezza determinata dal fatto che è dalle quattro di mattina di ieri che sono in giro.

Eppure il letto è confortevole e la stanza d’albergo è sufficientemente calda. Non c’è verso: il sonno ha deciso d’emigrare.

Allora rosicchio qualche Arancino di Montalbano di Camilleri e mi tuffo in una Sicilia piuttosto improbabile descritta in una lingua che non sai decidere se definire italosicula o viceversa. Perbacco, mi dico, è possibile che a Vigata, Marinella, Montelusa ( o più precisamente nelle città che hanno dettato alla fantasia dell’autore i siti immaginari ove le sue vicende si svolgono) vi sia una frequenza di delitti così alta? Magari Camilleri per compiacere i tanti lettori settentrionali se ne fotte di gettar discredito sulla pace sociale di quei luoghi…

Il ticchettio della pioggia insistente sui vetri mi distrae. Il mio orologio s’ostina a proclamare che sono soltanto le quattro. Lo chaffeur dell’azienda verrà a prendermi alle otto e trenta.

Perché non t’apparecchi a dormire brutto fesso? Domattina con quest’aria da fantasma farai una figura ridicola in riunione.

Non so più manco contare le pecore.

Accendo il televisore. Non è come in Italia, non ci sono le donnine nude, non vendono mobili e oroscopi di notte: assisto ad un noioso dibattito sulla letteratura francese contemporanea e, nonostante questo, mi sveglio del tutto.
Un depliant piuttosto sgualcito estratto dal cassetto del comodino, mi informa della bellezza di quella parte di Francia che vedrò di sfuggita per la prima volta appena mi alzerò, nel tragitto che separa l’albergo dallo stabilimento al quale dovrò recarmi.
Perché aspettare? Mi alzo, faccio una doccia bollente, mi vesto, indosso una giacca a vento con cappuccio ed esco per strada.
La cittadina è ben illuminata e, su un promontorio ad est dell’albergo, fa bella mostra di sé un castello che ieri sera, arrivando non avevo visto.
La pioggia è cessata e l’aria freddissima funge da massaggio benefico. Meglio di una dormita. Mi sento un leone. Cerco dei punti di riferimento certi e comincio a fare una passeggiata che alla fine durerà quasi due ore.
Gli alberi del viale che imbocco, aggrediti da folate di vento gelido agitano i rami come in una specie di danza oscena. Realizzo che se qualche ronda della polizia dovesse incontrarmi, minimo mi fermerebbe per chiedermi che diavolo faccia per le strade di notte. Non c’è anima viva, com’è naturale che sia.
In fondo, il viale si apre su una piazza dove un minuscolo monumento ricorda le gesta dei valorosi che liberarono la Patria durante l’ultima guerra.
Un manifesto, affisso nella bacheca fuori dall’ingresso della vicina stazione ferroviaria m’informa che questi luoghi furono i prediletti da molti dei più famosi impressionisti.

Mi meraviglia positivamente l’ordine, la pulizia quasi maniacale delle strade e l’assoluta assenza sui muri di qualsiasi scritta. Le case sono brutte, ma proprio brutte! Però sono curatissime, linde belle a vedersi perché gli infissi sono verniciati, i tetti in ordine, i muri senza crepe i giardini ben tenuti. L’ordine regna sovrano dappertutto e, vi garantisco è davvero ammirevole.

Poi ci ripenso e mi viene in mente che di notte tutti i gatti sono bigi…

Al bar della stazione un cameriere sonnecchiante, che mi ricorda Jean Gabin dei tempi doro, dispone in bell’ordine in una teca le brioches ed i dolcetti che un fornaio gli ha appena portato. La tentazione è irresistibile. Mangio degli ottimi dolci annaffiati da un pessimo caffè.
Continuo la mia passeggiata lungo lo stradone che costeggia la ferrovia procedendo ancora verso est.

Comincia a delinearsi un chiarore che fa intuire un orizzonte sterminato.
Come compressa dalle nuvole, una fettina microscopica di celeste diventa via via visibile. E’ soltanto l’inizio d’uno spettacolo che mai avrei potuto osservare se l’insonnia non mi avesse giocato il solito scherzo. Evidentemente, nel cielo che mi sovrasta i venti stanno giocando a rincorrersi. Le nuvole scurissime marciano ad una velocità impressionante (sembra quasi uno di quei filmati con il passo accelerato) per arrestarsi improvvisamente e cambiare direzione altrettanto repentinamente. Mi fermo frastornato. Ne osservo le molteplici sfumature di grigio che hanno deciso di mostrarmi, mentre il sole fa capolino laggiù in fondo.
Non c’è, ma ho la netta impressione d’ascoltare della musica, che, dato il luogo non può che essere il “pandemonium” della Sinfonia Fantastica di Hector Berlioz. La canticchio, quanto meno, e pare proprio che le nuvole s’adeguino a quel ritmo nei loro movimenti. In realtà sono io stesso che adeguo il mio fischiettare ai ritmi di ciò che osservo.

Devo somigliare sempre più a un pazzo, mi rendo conto… correre fischiando, ansimando, smoccolando. Cacchio, che brutto essere in sovrappeso…

In meno d’un quarto d’ora migra a sud est una perturbazione grande quanto una provincia, lasciando posto ad un cielo terso nel quale spiccano soltanto, e per pochi istanti, i gas di scarico di due aeroplani che sorvolano incidentalmente la zona. L’aria brilla, tersa ed umida.

Le strade si riempiono di studenti e di lavoratori. I negozi aprono i battenti.

M’infilo in una tabaccheria per approvvigionarmi del veleno quotidiano e m’accorgo d’essere molto sudato sotto la giacca a vento. Mentre penso con gaudio all’ulteriore doccia prossima ventura, compro una cartolina.
Uscendo dalla rivendita cerco la buca da lettere più vicina e osservo nuovamente il cielo.
Il sereno è stato del tutto momentaneo.
Nel tempo di scrivere “saluti” le nuvole sono tornate ed ora – accidenti! – piove di nuovo…

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