UMBERTO ECO: Il lupo e l’agnello. Retorica della prevaricazione

Conferenza tenuta all’Università di Bologna il 20 maggio 2004 per il ciclo «Nel segno della parola” organizzato dal Centro Studi “La permanenza del classico”.

Una versione leggermente diversa appare in Nel segno della parola, a cura di Ivano Dionigi, Milano: BUR 2005.

Umberto Eco

Non so se valga la pena di dire quello che dirò perché ho la chiara coscienza di rivolgermi a una massa di idioti con il cervello andato in acqua e sono sicuro che non capirete nulla.

Vi piace questo inizio? Si tratta di un caso di captatio malevolentiae, e cioè dell’uso di una figura retorica che non esiste e non può esistere, la quale mira a inimicarsi l’uditorio e a mal disporlo verso il parlante. Tra parentesi, credevo di avere inventato io anni fa la captatio malevolentiae per definire il tipico atteggiamento di un amico, ma poi – controllando su Internet – ho visto che ormai esistono molti siti dove la captatio malevolentiae viene citata, e non so se si tratti di disseminazione della mia proposta o di poligenesi letteraria (che si ha quando la stessa idea viene a persone diverse in luoghi diversi e nello stesso tempo).

Tutto sarebbe stato diverso se io avessi iniziato in questo modo: “Non so se valga la pena di dirvi quello che vi dirò perché ho la chiara coscienza di parlare a una massa di idioti con il cervello andato in acqua, ma parlo solo per rispetto verso quei due o tre di voi presenti in questa sala che non appartengono alla maggioranza degli imbecilli”.

Questo sarebbe un caso (sia pure estremo e pericoloso) di captatio benevolentiae, perché ciascuno di voi sarebbe automaticamente persuaso di essere uno di quei due o tre e, pensando con disprezzo a tutti gli altri, mi seguirebbe con affettuosa complicità.

La captatio benevolentiae è un artificio retorico che consiste, come ormai avrete capito, nel conquistarsi subito la simpatia dell’interlocutore. Sono forme comuni di captatio l’esordio “è per me un onore parlare a un pubblico così qualificato” ed è captatio consueta (tanto da essersi ribaltata talora nel suo uso ironico) il “come lei m’insegna…” dove, nel ricordare a qualcuno qualcosa che non sa o ha dimenticato, si premette che si ha quasi vergogna a ripeterlo perché evidentemente l’interlocutore è il primo a saperlo.

Perché in retorica si insegna la captatio benevolentiae. Come noto, la retorica non è quella cosa talora ritenuta disdicevole, per cui noi usiamo parole inutili o ci prodighiamo in appelli emotivi esagerati e non è neppure, come vuole una lamentevole vulgata, un’arte sofistica – o almeno, i sofisti greci che la praticavano non erano quegli scellerati che ci presenta spesso una cattiva manualistica.

Peraltro il grande maestro di una buona arte retorica è stato proprio Aristotele, e Platone nei suoi dialoghi usava artifici retorici raffinatissimi, e li usava proprio per polemizzare contro i sofisti.

La retorica è una tecnica della persuasione, e di nuovo la persuasione non è una cosa cattiva, anche se si può persuadere qualcuno con arti riprovevoli a fare qualcosa contro il proprio interesse.

Una tecnica della persuasione è stata elaborata e studiata perché su pochissime cose si può convincere l’uditore attraverso ragionamenti apodittici. Una volta stabilito che cosa siano un angolo, un lato, un’area, un triangolo, nessuno può mettere in dubbio la dimostrazione del teorema di Pitagora. Ma, per la maggior parte delle cose della vita quotidiana, si discute intorno a cose circa le quali si possono avere diverse opinioni. La retorica antica si distingueva in giudiziaria (e in tribunale è discutibile se un dato indizio sia probante o meno), deliberativa (che è quella dei parlamenti e delle assemblee, in cui si dibatte per esempio se sia giusto costruire la variante di valico, rifare l’ascensore del condominio, votare per Tizio piuttosto che per Caio) ed epidittica, e cioè in lode o in biasimo di qualcosa, e tutti siamo d’accordo che non esistono leggi matematiche per stabilire se sia stato più affascinante Gary Cooper o Humphrey Bogart, se lavino più bianco l’Omo o il Dash, se Irene Pivetti appaia più femminile di Platinette.

Siccome per la maggior parte dei dibattiti di questo mondo si argomenta intorno a questioni che sono oggetto di discussione, la tecnica retorica insegna a trovare le opinioni sulle quali concorda la maggior parte degli uditori, a elaborare dei ragionamenti che siano difficilmente contestabili, a usare il linguaggio più appropriato per convincere della bontà della propria proposta, e anche a suscitare nell’uditorio le emozioni appropriate al trionfo della nostra argomentazione, compresa la captatio benevolentiae.

Naturalmente ci sono dei discorsi persuasivi che possono essere facilmente smontati in base a discorsi più persuasivi ancora, mostrando i limiti di un’argomentazione. Voi tutti (captatio) conoscete forse quella pubblicità immaginaria che dice “mangiate merda, milioni di mosche non possono sbagliarsi”, e che viene usata talora per contestare che le maggioranze abbiano sempre ragione. L’argomento può essere confutato chiedendo se le mosche prediligano lo sterco animale per ragioni di gusto o per ragioni di necessità. Si domanderà allora se, cospargendo campi e strade di caviale e miele, le mosche non sarebbero forse maggiormente attirate da queste sostanze, e si ricorderà che la premessa “tutti quelli che mangiano qualcosa è perché lo amano” è contraddetta da infiniti casi in cui le persone sono costrette a mangiare cose che non amano, come avviene nelle carceri, negli ospedali, nell’esercito, durante le carestie e gli assedi, e nel corso di cure dietetiche.

Ma a questo punto è chiaro perché la captatio malevolentiae non può essere un artificio retorico. La retorica tende a ottenere consenso, e quindi non può apprezzare esordi che scatenino immediatamente il dissenso. Pertanto è tecnica che non può che fiorire in società libere e democratiche, compresa quella democrazia certamente imperfetta che caratterizzava l’Atene antica. Se io posso imporre qualcosa con la forza, non ho bisogno di richiedere il consenso: rapinatori, stupratori, saccheggiatori, kapò di Auschwitz non hanno mai avuto bisogno di usare tecniche retoriche.

Sarebbe allora facile stabilire una linea di confine: ci sono culture e paesi in cui il potere si regge sul consenso, e in essi si usano tecniche di persuasione, e ci sono paesi dispotici dove vale solo la legge della forza e della prevaricazione, e in cui non è necessario persuadere nessuno. Ma le cose non sono così semplici, ed ecco perché qui parleremo della retorica della prevaricazione.

Se, come dice il dizionario, prevaricare significa “abusare del proprio potere per trarne vantaggi contro l’interesse della vittima”, e “agire contrariamente all’onestà trasgredendo i limiti del lecito”, sovente chi prevarica, sapendo di prevaricare, vuole in qualche modo legittimare il proprio gesto e persino – come avviene nei regimi dittatoriali – ottenere consenso da parte di chi soffre la prevaricazione, o trovare qualcuno che sia disposto a giustificarla. Pertanto si può prevaricare e usare argomenti retorici per giustificare il proprio abuso di potere.

Uno degli esempi classici di pseudo-retorica della prevaricazione ci è dato dalla favola del lupo e dell’agnello di Fedro:

Un lupo e un agnello, spinti dalla sete, erano giunti allo stesso ruscello.

Più in alto si fermò il lupo, molto più in basso si mise l’agnello. Allora quel furfante, spinto dalla sua sfrenata golosità, cercò un pretesto di litigio.

– Perché – disse – intorbidi l’acqua che sto bevendo? Pieno di timore,

l’agnello rispose: – Scusa, come posso fare ciò? Io bevo l’acqua che passa prima da te.

Come si vede l’agnello non manca di astuzia retorica e di fronte a un’argomentazione debole del lupo, sa come confutarla, e proprio in base all’opinione compartecipata dalle persone di buon  senso per cui l’acqua trascina detriti e impurità da monte a valle e non da valle a monte. Di fronte alla confutazione dell’agnello, il lupo  ricorre ad altro argomento:

E quello, sconfitto dall’evidenza del fatto, disse: – Sei mesi fa hai parlato male di me. E l’agnello ribatté: – Ma se ancora non ero nato!

Altra bella mossa da parte dell’agnello, a cui il lupo risponde cambiando ancora giustificazione:

– Per Ercole, fu tuo padre, a parlar male di me – disse il lupo. E subito gli saltò addosso e lo sbranò fino a ucciderlo ingiustamente. Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con

falsi pretesi.

La favola ci dice due cose. Che chi prevarica cerca anzitutto di legittimarsi. Se la legittimazione viene confutata, oppone alla retorica il non-argomento della forza. La favola non racconta qualcosa d’irreale. Nel seguito di questo mio intervento cercherò di individuare tecniche attraverso le quali tale situazione si ripropone nel corso della storia, sia pure in forme più raffinate.

Naturalmente la favola di Fedro ci offre una caricatura del prevaricatore in quanto retore, perché il povero lupo usa solo argomenti deboli, ma al tempo stesso ci offre un’immagine forte del prevaricatore forte. La falsità degli argomenti del lupo sta sotto gli occhi di tutti, però talora gli argomenti sono più sottili perché sembrano prendere come punto di partenza un’opinione compartecipata dai più, ciò che la retorica greca chiamava endoxa, e su quelli lavora, nascondendo la tecnica della petitio principii, in base alla quale si usa come argomento probante la tesi che si doveva dimostrare, oppure si confuta un argomento usando come prova ciò che l’argomento voleva confutare.

Leggiamo questo brano:

Di quando in quando i giornali illustrati mettono sotto gli occhi del piccolo borghese (…) una notizia: qua o là, per la prima volta, che un Negro è diventato avvocato, professore, o pastore o alcunché di simile. Mentre la sciocca borghesia prende notizia con stupore d’un così prodigioso addestramento, piena di rispetto per questo favoloso risultato della pedagogia moderna, l’ebreo, molto scaltro, sa costruire con ciò una nuova prova della giustezza della teoria, da inocularsi ai popoli, della eguaglianza degli uomini. Il nostro decadente mondo borghese non sospetta che qui in verità si commette un peccato contro la ragione, che è una colpevole follia quella di ammaestrare una mezza scimmia in modo che si creda di averne fatto un avvocato, mentre milioni di appartenenti alla più alta razza civile debbono restare in posti incivili e indegni. Si pecca contro la volontà dell’Eterno Creatore lasciando languire nell’odierno pantano proletario centinaia e centinaia delle sue più nobili creature per addestrare a professioni intellettuali ottentotti, cafri e zulù. Perché qui si tratta proprio d’un addestramento, come nel caso del cane, e non di un «perfezionamento” scientifico. La stessa diligenza e fatica, impiegata su razze intelligenti, renderebbe gli individui mille volte più capaci di simili prestazioni. (…) Sì, è insopportabile il pensiero che ogni anno centomila individui privi d’ogni talento siano ritenuti degni d’un’educazione elevata, mentre altre centinaia di migliaia, dotati di belle qualità, restano prive d’istruzione superiore. Inapprezzabile è la perdita che così soffre la nazione.

Di chi è questo brano? Di Bossi? Di Borghezio? Di un ministro del nostro governo? L’ipotesi non sarebbe inverosimile, ma il brano è di Adolf Hitler, da Mein Kampf. Hitler, per preparare la sua campagna razzista, si trova a dover confutare un argomento molto forte contro l’inferiorità di alcune razze, e cioè che, se un africano viene messo in condizioni di imparare, si rivela altrettanto ricettivo e capace di un europeo, dimostrando così che non appartiene a una razza inferiore. Come confuta Hitler questo argomento? Dicendo che, siccome non è possibile che un essere inferiore impari, evidentemente è stato sottoposto ad addestramento meccanico come avviene con gli animali da circo. Pertanto l’argomento, che tendeva a dimostrare che i neri non erano animali, viene confutato ricorrendo all’opinione, che certamente i suoi lettori radicatamente condividevano, che i neri siano animali.

Ma torniamo al nostro lupo. Esso, per divorare l’agnello, cerca un casus belli, cerca cioè di convincere l’agnello, o gli astanti, e forse persino se stesso, che egli mangia l’agnello perché gli ha fatto un torto. Questa è la seconda forma di una retorica della prevaricazione.
La storia dei casus belli nel corso della Storia mette, infatti, in scena dei lupi un poco più avveduti. Tipico è il casus belli che ha dato origine alla Prima guerra mondiale.

Nell’Europa del 1914 esistevano tutti presupposti per una guerra: anzitutto una forte concorrenza economica fra le potenze più forti: il progresso dell’impero tedesco sui grandi mercati inquietava la Gran Bretagna, la Francia vedeva con preoccupazione la penetrazione tedesca nelle colonie africane, la Germania soffriva di un complesso di accerchiamento, ritenendosi ingiustamente soffocata nelle sue ambizioni internazionali, la Russia si eleggeva a protettrice dei paesi balcanici e Si confrontava con l’impero austro-ungarico. Di qui la corsa agli armamenti, i moti nazionalistici e interventisti nei singoli paesi. Ciascun paese aveva interesse a fare una guerra ma nessuna di queste premesse la giustificava. Siccome chiunque l’avesse dichiarata sarebbe sembrato interessato a difendere interessi nazionali e a prevalere sugli interessi delle altre nazioni, ci voleva un pretesto.

Ed ecco che, a Sarajevo, il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco uccide in un attentato l’arciduca ereditario d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando e la consorte. E’ ovvio che il gesto di un fanatico non coinvolge un intero paese, ma l’Austria coglie la palla al balzo. D’accordo con la Germania, attribuisce al governo serbo la responsabilità dell’eccidio, e indirizza a Belgrado il 23 luglio un duro ultimatum alla Serbia, ritenuta responsabile di un piano antiaustriaco. La Russia assicura subito il proprio sostegno alla Serbia, la quale risponde all’ultimatum in modo abbastanza conciliante ma bandisce al tempo stesso la mobilitazione generale. A questo punto l’Austria dichiara guerra alla Serbia, senza attendere una proposta di mediazione presentata dall’Inghilterra. In breve tempo tutti gli stati europei entrano in guerra.

Per fortuna c’è stata la Seconda guerra mondiale coi suoi cinquanta milioni di morti, altrimenti la Prima avrebbe avuto il primato tra tutte le tragiche follie della Storia.

L’Austria, paese civile e illuminato, aveva cercato un pretesto forte. Alla fin fine era stato ucciso il principe ereditario e di fronte a un fatto così evidente bastava inferirne che il gesto di Prinzip non era stato isolato ma era stato ispirato dal governo serbo. Argomento indimostrabile, ma dotato di una certa presa emotiva. E questo ci porta a un’altra forma di giustificazione della prevaricazione, il ricorso alla sindrome del complotto.

Uno dei primi argomenti che si usano per scatenare una guerra o dare inizio a una persecuzione è l’idea che si debba reagire a un complotto ordito contro di noi, il nostro gruppo, il nostro paese, la nostra civiltà. Il caso dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il libello che è servito da giustificazione allo sterminio degli ebrei, è un tipico caso di sindrome del complotto. Ma la sindrome del complotto è ben più antica. Ascoltiamo Karl Popper a proposito di quella che definisce Teoria sociale della cospirazione:

… detta teoria, più primitiva di molte forme di teismo, è simile a quella rilevabile in Omero. Questi concepiva il potere degli dèi in modo che tutto ciò che accadeva nella pianura davanti a Troia costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni tramate nell’Olimpo. La teoria sociale della cospirazione è in effetti una versione di questo teismo, della credenza, cioè, in divinità i cui capricci o voleri reggono ogni cosa. Essa è una conseguenza del venir meno del riferimento a dio, e della conseguente domanda: “Chi c’è al suo posto?”. Quest’ultimo è ora occupato da diversi uomini e gruppi potenti- sinistri gruppi di pressione, cui si può imputare di avere organizzato la Grande Depressione e tutti i mali di cui soffriamo. La teoria sociale della cospirazione è molto diffusa, e contiene molto poco di vero. Soltanto quando i teorizzatori della cospirazione giungono al potere, essa assume il carattere di una teoria descrivente eventi reali. Per esempio, quando Hitler conquistò il potere, credendo nel mito della cospirazione dei Savi Anziani di Sion, egli cercò di non essere da meno con la propria contro-cospirazione.

Umberto Eco

Un pensiero riguardo “UMBERTO ECO: Il lupo e l’agnello. Retorica della prevaricazione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...