Serravallesi Inquieti: diamoci da fare

Una filosofia sempre attuale è quella espressa dal presidente Kennedy nel suo discorso di insediamento alla Casa Bianca: «Non chiederti mai cosa può far lo Stato per te, ma domanda a te stesso cosa puoi fare per lo Stato.»

Lui alludeva all’America. Perché, però, per l’Italia dovrebbe essere diverso?

Se questa filosofia fosse fatta propria da tutti, a cominciare dal Sindaco per finire a me che sono l’ultima ruota del carro, vivremmo tutti meglio e, di certo, non vivremmo nella polemica perenne.

Anche negli aspetti più piccoli del vivere quotidiano esistono situazioni in cui un minimo di senso civico, di solidarietà vera, di ‘amicizia’ nel senso più nobile del termine, determinerebbero un cambiamento epocale nel rapporto fra gli uomini.

Di consueto, prevale, invece, l’amore per il proprio orticello, la passione smisurata per le proprie opinioni giudicate aprioristicamente immutabili, salvo poi non adeguare il proprio comportamento di tutti i giorni alle stesse. Prevale dunque, una sorta di – nemmeno tanto celata – ipocrisia, che guasta il rapporto col vicino, col concittadino, con gli altri, insomma.

Prendiamo ad esempio il rapporto con le persone giunte nella nostra città dagli angoli più lontani della terra, spinte dalla fame o, più semplicemente, dal più che sacrosanto desiderio di migliorare le condizioni di vita proprie e della propria famiglia. Associare alla loro presenza un nostro “disagio” è, per molti, pressoché automatico.

Già, secondo me, v’è una contraddizione di termini nell’enunciato: infatti, chi fra noi può parlare di ‘vero rapporto’ con loro?

Pochi e, credo, con le idee nemmeno tanto chiare.

Affrontando questo problema, con chiunque, fino ad oggi, ho avuto due conferme: la prima è che, nella generalità dei casi la conversazione inizia pressappoco così: «Io non sono razzista, ma…» e la seconda è che, dopo tanto parlare, mi accorgo che in pochi hanno voglia di affrontare questo tema con la serietà e il contributo di idee che meriterebbe e che, secondo l’opinione più largamente diffusa, dovrebbe essere affrontato in via esclusiva dagli organi istituzionali.

Ora, se cercassimo di pensare ai nuovi arrivati e a considerali persone del tutto simili a noi, attuando la logica della premessa, ciascuno di noi (e ciascuno di loro) dovrebbe prodigarsi affinché la parola integrazione non resti un termine vuoto di significato.
Come? Innanzitutto cercandolo questo benedetto ‘rapporto’ e chiarendo da subito che siccome io vedo loro come fratelli e non come intrusi mi comporterò con loro come un fratello e senza nessuna falsa ipocrisia:

– dirò a mio fratello, quando sbaglia, quando non rispetta le regole, quando non si comporta secondo il vivere civile, che lo detesto, anche se è mio fratello. E dirò ai nuovi, all’occorrenza, la stessa cosa.

– Aiuterò mio fratello quando avrà delle difficoltà di qualsiasi genere, così come aiuterò i nuovi.

– Parteciperò alla gioia dei miei fratelli, vecchi e nuovi, come alle loro pene e farò di tutto per alleviare queste ultime.

C’è una parolina magica che riassume tutto ed è   R E C I P R O C I T A’.

E poi,non vorrei passasse sotto silenzio un’altra grande lezione che, una mamma iscritta a questo gruppo, Caterina Katy Nicolini, ci ha dato:
un parco giochi sporcato da gente idiota fa rabbia, ma i suoi figli non hanno imprecato contro l’assenza dei vigili o il ritardo degli operatori ecologici: si sono muniti di guanti e sacchetti e hanno liberato il parco dalle porcherie altrui.

La lezione è questa e la sua sintesi vale centomila delle mie parole: devo lamentarmi devo inveire quando le cose non funzionano, ma devo anche far qualcosa PERSONALMENTE per farle funzionare meglio!

qui il video

viaSerravallesi inquieti.

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