QUALCUNO AL TELEFONO (di M.Basso e F. Pozzato)

Martina Basso & Francesco Pozzato

Quest’anno accademico abbiamo avuto la fortuna di lavorare con Mauro Covacich, giovane romanziere della nostra letteratura contemporanea.
Una delle sue lezioni era finalizzata all’analisi di un breve racconto di Raymond Carver (“Sei un dottore?”), scrittore minimalista americano dell’immediato Dopoguerra: semplice punto di rottura della monotona vita del protagonista e scintilla della narrazione era una telefonata.
Lo spunto per i racconti che seguono viene appunto dal modello di Carver: un normale spaccato di una vita qualsiasi, raccontato in una lingua quotidiana.

Buona lettura!

Martina Basso & Francesco Pozzato

SI AVVICINA A PASSI LENTI

di Martina Basso

Si avvicina a passi lenti al tavolo del locale, nel vassoio insalata di farro in piatto piccolo, acqua naturale e macedonia di ananas. Appoggia la valigetta alla gamba sinistra del tavolo, tira fuori il cellulare e il Sole 24 Ore; arrotola le maniche della camicia, sistema il colletto; si siede. La musica jazz distende i nervi almeno quanto la luce soffusa della sala e i quadri di Mirò sono ottimi compagni di pranzo.

Versa l’acqua nel bicchiere, riempiendolo per metà; stende con cura il tovagliolo sulle gambe. Vibra il cellulare. Abbassa sul naso gli occhiali da vista per vedere meglio il numero – astigmatico. Sgrana gli occhi.

“Si?”.

“Buongiorno signor Rossi, sono la segretaria. Il direttore mi ha detto di chiamarla con urgenza”.

Sorseggia. “Il direttore? Si, dica”. Deglutisce; mette la mano sinistra sulla fronte e si massaggia la tempia.

“Deve venire in ufficio: c’è bisogno di lei. Tra un’ora arrivano dei clienti giapponesi che hanno avvertito solo stamattina”.

“Lei scherza!” le urla lui, afferrando il coltello. Una signora di spalle si gira e lo fissa. “E’ impossibile in ogni caso, mi trovo a Milano”, modera la voce. La palpebra destra gli balla. Continua a massaggiarsi la tempia. Lei non risponde. “Ha capito? Non posso proprio, sono in città per un appuntamento con un cliente; il direttore lo sa!”. Prende l’angolo di una pagina del giornale, lo piega, lo sciupa, lo accartoccia.

“Senta, io non c’entro. Mi è stato detto di riferirle che c’è bisogno di lei, immediatamente. E con voce ferma. Non mi faccia perder tempo che ho altre telefonate da fare”.

Lascia la pagina del giornale e con uno scatto si raddrizza, si ricompone; ogni cellula del suo corpo sembra voler prendere pieno controllo. Il vetro dell’orologio batte sul tavolo: la mano sinistra si agita tesa, in quell’atteggiamento saccente, apparentemente controllato, di chi deve dare spiegazioni. “Allora, senta, il tempo lo sta facendo perdere lei a me. Non può chiamare qualcun altro?”.

“Luca non si è presentato stamattina in ufficio. E’ ammalato” lo interrompe lei.

“Il mio colloquio è programmato da più di due settimane! Parli un attimo col direttore, per favore”. Appoggia il gomito sulla coscia e il mento sul palmo, a occhi chiusi. “Anzi me lo passi”.

“Attenda”.

Avvicina il pollice ai denti, l’unghia si spezza dopo pochi tentativi. Si gratta la testa. Le punte delle scarpe ballano sul pavimento di marmo uno snervante tip tap.

“Mi dispiace, ma il direttore è stato chiaro: questi giapponesi non sono clienti qualunque, lei dovrebbe capire…”.

“Ho capito sì, merda. Sto sempre a fare i suoi comodi!”. Prende di scatto il tovagliolo e lo getta sul tavolo. Col gomito nella concitazione rovescia inavvertitamente la bottiglietta. Metà dell’acqua si rovescia sulla ventiquattrore di pelle. Paonazzo raddrizza la bottiglia – la fotocopia del documento d’identità bagnata fradicia. Si sbraccia per soffocare l’imprecazione. “Arrivo tra un’ora poco più, se la coincidenza me lo permette. Almeno pensi lei ad avvertire il mio cliente!” sbuffa.

“Certamente, arrivederci”

“Sè, arrivederci”. Sbatte il cellulare sul tavolo. Le stoviglie risuonano. Spiegazza il giornale dentro la ventiquattrore ancora bagnata. Lascia il vassoio dov’è. Non ha toccato cibo. Esce a passi lunghi.




PREME DUE PULSANTI 

Di Francesco Pozzato

Preme due pulsanti sul telecomando della tv e cambia canale: su Sportitalia 2 danno la NBA. Accavalla le gambe sul tavolino in vetro e scivola lentamente sul divano in pelle nera; l’unico sforzo è accendere il ventilatore sopra il bracciolo; dopo si gratta un orecchio e attorciglia le dita dietro la nuca.

Intanto arriva dalla cucina il suono in crescendo del cordless. Se lo immagina sul tavolo in finto marmo, con lo schermo che si accende e si spegne a intervalli regolari, prima arancione come i suoi capelli, poi grigio come il suo umore.

Il telefono continua a squillare, il volume della suoneria è ormai al massimo.

Sbuffa, toglie i piedi dal tavolino e batte le mani sulle cosce; si trascina in cucina ciabattando, coi pantaloni rimboccati al ginocchio e i capelli raccolti per il gran caldo. Sbuffando di nuovo, afferra il cordless; legge il numero. Storpia la bocca e guarda il soffitto. Borbotta qualcosa. Poi risponde.

“Sì?”

“Pronto, parla Da-Daniele?” balbetta una voce di ragazza.

Lui scrolla la testa a occhi chiusi e si frega le palpebre. “No, qui non c’è nessun Daniele. Deve aver sbagliato numero”, le risponde.

“Come? Non è il 360-8372?”.

Lui riapre gli occhi di scatto. “Diavolo, sì! Ma qui non c’è nessun Daniele”.

“Oh mi scusi, arrivederci” bisbiglia lei.

“Si figuri, arrivederci!” riattacca lui, prima di terminare la frase.

La partita è ormai iniziata da qualche minuto: Miami conduce. Stringe il pugno. Si riaccomoda sul divano. E questa volta ha portato anche il telefono.

Secondo periodo. Il cordless squilla di nuovo. Lui gli pianta gli occhi e le unghie e quando legge il numero, si morde le labbra. Si alza e cammina avanti e indietro sulle piastrelle bianche. Fresche, pensa.

“Il numero è giusto! Cercavo proprio te!” lo precede la stessa voce di prima.

“Allora, io non mi chiamo Daniele, ma Damiano!” sbotta lui, sbattendo i piedi.

“Scusami se ho sbagliato nome, non lo ricordavo. Stamattina Milena me lo ha solo accennato – la tua compagna di classe; è anche mia amica. Ti ho visto aspettare l’autobus fuori da scuola assieme a Giovanni. Così le ho chiesto se potesse darmi il tuo numero, perché devo parlarti: è importante!” gli dice lei senza una pausa.

Lui non respira, tiene la bocca spalancata, non risponde.

“Pronto? Ci sei? Dobbiamo assolutamente vederci!”.

“Sì, certo” le dice, grattandosi la testa. Poi si asciuga la bava.

“Subito, davanti alla scuola”.

“Proprio subito?”. Indica la tv. Miami con ampio vantaggio. Stringe i pugni.

“Sì! Ho bisogno di te” strilla lei e riattacca.

Lui rimane in ascolto del segnale occupato finché la partita non lo distrae: schiacciata di Wade. Urla.

Poi corre in bagno. Si pettina i capelli col gel, di suo fratello forse; si lava i denti, sporcando di sputacchi lo specchio; si spruzza l’unico profumo nel mobiletto, sicuramente di suo papà, pensa. Sale le scale a tre a tre. Entra in camera. Ne esce in polo azzurra, pantaloni beige, calzini puliti. Scendendo sempre a tre a tre, si guarda allo specchio in corridoio e annuisce con uno sguardo inebetito.

 

Davanti al cancello della scuola, la ragazza già lo aspetta.

Lui si batte una mano sulla fronte: si guarda l’ascella, già pezzata.

Parcheggia con una manovra decisa. Scende dall’auto, rigorosamente mani in tasca. Accenna un sorriso.

“Ciao Damiano, piacere: Camilla!” gli dice lei piccolina e graziosa, in camicetta bianca, pochette perla e ballerine grigie.

“Piacere mio” dice lui.

Si danno la mano e tre baci sulle guance. Porta bene, dicono. Lui tamburella un po’ col piede destro e getta occhiate di qua e di là. Lei tiene la mano sinistra sulla borsa e la destra sulla spallina.

“Vedi, Milena mi ha detto che sei il migliore amico di Giovanni…”.

Damiano fissa le nuvole inspirando e trattenendo l’aria nei polmoni; poi, espira rumorosamente. Si accorge di essere stato goffo, ma non gli dispiace.

“Vedi” dice lei, guardandosi la punta della scarpetta “Lui mi piace molto. Potresti dirmi qualcosa di particolare su di lui?”. Ondeggia prima a destra, poi e a sinistra, come una vite.

Lui non la sta nemmeno più ad ascoltare – un fastidioso brusio. Si cura una narice; strappa una caccola. E torna a pensare ai vestiti comodi, alla tv, al divano. Sul bracciolo il ventilatore è rimasto accesso! E chissà che cosa starà facendo Miami…

 

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