Martina Basso ci racconta un libro: LO STADIO DI WIMBLEDON, di Daniele Del Giudice

Martina Basso

Il romanzo, misto di realtà e invenzione, è incentrato sulla figura di un giovane che ripercorre le tracce di un uomo eclettico e misterioso, Roberto Bazlen, amico di scrittori noti come Montale e Saba. Il ragazzo va alla ricerca di notizie riguardanti la sua vita, mosso dal desiderio di scoprire per quale motivo quell’uomo, pur avendo delle capacità linguistiche singolari e un’acuta predisposizione letteraria, abbia scelto di non scrivere. Attraverso un viaggio denso di dettagli osservati con un’oggettività e un distacco impressionanti il protagonista parte da Trieste (città natale di Bazlen) e giunge a Londra, per incontrare i vecchi amici dello “scrittore senza libri”. Da ognuno di essi il giovane apprende dettagli sulla vita e sulla personalità di Bobi, anche se tutti appaiono molto reticenti nel fornire informazioni, quasi ne sentissero ancora l’ombra e la presenza. Egli si fa quindi una vaga idea di questo personaggio, descritto come grande lettore insoddisfatto dal mondo, molto critico verso la scrittura, eccessivamente severo nel misurare se stesso e con una grande capacità di “complicare” e manipolare la vita degli altri.

Solamente alla fine, grazie a due donne (in particolare Ljuba) circondate da un’aurea di poesia e di immortalità, e dopo una solitaria visita allo stadio di Wimbledon il giovane sarà colto da un’illuminazione e riuscirà a rispondere all’interrogativo che tanto inquietava il suo animo.

L’aspetto più straordinario dell’insolito romanzo sta nel fatto che la vicenda di Bazlen, non essendo presentata nella pagina direttamente ma attraverso il filtro della memoria e dal punto di vista di un io narrante contemporaneo, rimane avvolta da un alone misterioso che circonda anche i pensieri del protagonista. Anche i dialoghi reali con i superstiti sono fondamentali per dare l’impressione che da un momento all’altro stiano per scattare i meccanismi della rivelazione. Ma solamente alla fine la domanda

che aveva spinto il giovane a viaggiare si dissolve e viene percepita come un senso di lontananza, e allo stesso modo così si esaurisce il ruolo di Bazlen. Dal momento che il dilemma del “perché non ha scritto?” si scioglie solo alla fine, il romanzo appare accattivante e dinamico: il senso di inquietudine che si percepisce durante la lettura è forte, il lettore si immedesima col giovane e ne sente il rumore dei pensieri. Il romanzo, proprio perché non si risolve, appare ibrido nella struttura: non è né un racconto, né un saggio, nè un documento, ma contiene frammenti di tutto questo ed è scandito da un movimento lento, errante, circolare, con una tensione ossessiva alla meta in un ambiente sconosciuto e sfuggente, quasi il contemporaneo richiamo dell’Ulisse omerico.

A tutto questo fa da contorno una scrittura particolare, che non ha come obiettivo quello di una necessità di raccontare, ma piuttosto un’esigenza di autoriflessione, una lingua che lo scrittore stesso appura mentre scrive, e che per questo ci da l’impressione di un ingrandimento istantaneo dell’oggettività, quasi di una sproporzione tra la dimensione interiore del giovane che cerca di seguire le tracce della leggenda ma che si lascia (umoristicamente?) meravigliare e distrarre da ogni minimo dettaglio, e quella del mondo esterno. Una lingua riflessiva, percorsa dalle “divagazioni” del giovane, che sviscera ogni cosa e la viviseziona, la analizza con freddo distacco ma anche con curiosità, come al microscopio; una lingua che permette quindi di vedere modificate le azioni del protagonista nel momento stesso in cui avvengono le riflessioni, disintegrando qualsiasi traccia di oggettività. Alla fine, di tutto questo errare resta solo il pullover di Bazlen, non certo una certezza astratta e dominante come ci si era prefissi, ma qualcosa di finito e limitato.

La metamorfosi finale, quando l’io narrante smette di chiedersi quale sia il rapporto tra la scrittura e la vita e si annulla così il problema, agisce anche sul lettore, purificandone il pensiero.

Martina Basso (Tutti i diritti riservati)

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