Signori, ecco a voi: GERIONE!

“Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!”…

Virgilio presenta Gerione come una belva dalla coda appuntita, che è in grado di arrivare ovunque e ovunque porta il suo fetore. Il maestro accenna al mostro di avvicinarsi all’orlo del baratro, presso l’argine roccioso dove sono i due poeti, e Gerione obbedisce appoggiando testa e busto sulla roccia e tenendo la coda nel vuoto. Ha il volto di un uomo giusto, il corpo di serpente, due zampe pelose e artigliate che arrivano alle ascelle; il dorso e il petto sono dipinti con nodi e rotelle multicolori, simili ai tessuti di Tartari e Turchi. Dante paragona l’animale a un burchiello, la barca che approda tenendo una parte in acqua, e al castoro che nei paesi germanici attende la preda emergendo in parte dal fiume. Gerione leva in alto la coda che ha in punta una specie di pinza velenosa che ricorda quella di uno scorpione e Virgilio invita il discepolo ad avvicinarsi al punto dove il mostro è giunto, cosa che i due fanno scendendo dall’argine roccioso e procedendo verso destra sull’orlo del Cerchio, che li protegge dalla sabbia e dalla pioggia di fiamme.

«Ecco la fiera con la coda aguzza,
che passa i monti, e rompe i muri e l’armi!
Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!».
Sì cominciò lo mio duca a parlarmi;
e accennolle che venisse a proda
vicino al fin d’i passeggiati marmi.
E quella sozza imagine di froda
sen venne, e arrivò la testa e ‘l busto,
ma ‘n su la riva non trasse la coda.
La faccia sua era faccia d’uom giusto,
tanto benigna avea di fuor la pelle,
e d’un serpente tutto l’altro fusto;
due branche avea pilose insin l’ascelle;
lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste
dipinti avea di nodi e di rotelle.
Con più color, sommesse e sovraposte
non fer mai drappi Tartari né Turchi,
né fuor tai tele per Aragne imposte.
Come tal volta stanno a riva i burchi,
che parte sono in acqua e parte in terra,
e come là tra li Tedeschi lurchi
lo bivero s’assetta a far sua guerra,
così la fiera pessima si stava
su l’orlo ch’è di pietra e ‘l sabbion serra.
Nel vano tutta sua coda guizzava,
torcendo in sù la venenosa forca
ch’a guisa di scorpion la punta armava.
Lo duca disse:«Or convien che si torca
la nostra via un poco insino a quella
bestia malvagia che colà si corca».
Però scendemmo a la destra mammella,
e diece passi femmo in su lo stremo,
per ben cessar la rena e la fiammella.

Divina Commedia – Inferno, Canto 17, Versi 1 – 33

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