STORIA DI ROMA 1. LA LEGGENDA

STORIA ROMANA IN VERSI
di Alberto Cavaliere

LA LEGGENDA

In tempi lontanissimi,
avvolti dal mistero,
in cui vaga lo spirito
fra la leggenda e il vero,

quando non esistevano
ancor carta ed inchiostro
– cose che tanto abbondano,
invece al tempo nostro, –

né v’erano storiografi,
filosofi, scrittori,
sorse su un colle un’umile,
borgata di pastori,

così modesta e povera
che un solco ebbe per cuna.
Ma in grembo la portarono
la Gloria e la Fortuna;

e da quel colle mitico,
da quel solco fecondo
discese irresistibile
a conquistare il mondo.

In quel remoto secolo,
quando quel borgo sorse,
non ne parlò la cronaca,
nessuno se n’accorse;

ma quando l’ineffabile
poema della gloria
confuse le sue pagine
con quelle della storia,

si ricercò l’origine
della città stupenda:
i vati la cantarono
e nacque la leggenda.

Poiché, interpostisi
spietati dei,
Troia distrussero
gl’invitti Achei,

Enea, partendosi
dai lidi amati,
approdò profugo
coi suoi penati,

dopo lunghissimo
peregrinare,
là dove il Tevere
sbocca nel mare.

Qui, su una piccola
tribù guerriera
e industre, il nobile
Latino impera,

che in festa l’ospite
regale accoglie
e gli dà in seguito
la figlia in moglie.

Ascanio, il giovane
figlio ed erede
d’Enea, del prospero
regno la sede

vuol che nell’inclita
città si ponga
ch’egli medesimo
fondò: Albalonga.

E per tre secoli,
di padre in figlio
i re si seguono
senza scompiglio,

sempre in buon ordine,
con pace e amore,
fino al mitissimo
re Numitore.

Ha questi un giovane
fratello, indegno,
privo di scrupoli,
che aspira al regno:

è Amulio. Il perfido,
coi suoi devoti,
chiude il re in carcere,
fa dei nipoti

una terribile
carneficina
ed a Rea Silvia,
ch’è una bambina,

figlia superstite
del suo rivale,
mette la tonaca
della vestale.

Così chiamavansi
certe donzelle,
dannate ad essere
sempre zitelle

e che dovevano
tenere desta
la fiamma mistica
della dea Vesta.

Ma un dì la vergine,
distratta un poco,
pur mentre vigila
sul sacro fuoco,

due rosei pargoli
si vede intorno:
cose che accadono
pure oggigiorno.

A quanto narrano
le antiche carte,
dal cielo piovere
li fece Marte,

forse servendosi
d’una cicogna.
Amulio strepita:
” Bella vergogna! ”

(che sciocco!) ed ordina
che immantinenti
sian dati al Tevere
quegl’innocenti.

Ma il suo domestico
non l’ubbidiva:
depose i pargoli
presso la riva.

Sui loro gemiti
la notte cupa
piomba; dai gelidi
boschi una lupa

scesa, dei miseri
bimbi s’accorge e
lor le turgide
mammelle porge.

Un certo Faustolo,
capo mandriano
– a quel che dicono –
del re inumano,

impietositosi
poi li raccoglie
e a casa reduce,
li dà a sua moglie.

RR4

I bimbi crescono;
robusti e pronti;
cacciando corrono
le selve e i monti:

fermezza d’animo,
coraggio estremo
caratterizzano
Romolo e Remo.

Poi, dell’origine
loro informati,
ad Alba accorrono
con molti armati,

Amulio uccidono
– l’usurpatore –
e riproclamano
re Numitore.

Indi decidono
che una città
in riva al Tevere
sorger dovrà.

Ma, le fatidiche
mura finite,
tra loro acerrima,
scoppia una lite,

poiché presentasi
l’arduo problema:
chiamarla Romola?
chiamarla Rema?

E Remo indocile
per sua sventura
salta, violandole,
le sacre mura;

l’irato Romolo
tosto l’afferra,
indi cadavere
lo stende a terra.

E ai suoi volgendosi:
” Muoia così,
chi tenti, incauto,
passar di qui!…”.

Ventisei secoli
son tramontati:
moriron popoli,
crollaron stati,

ma ancora mostrano
l’antico orgoglio
la Lupa e l’Aquila
dal Campidoglio.

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