STORIA DI ROMA – 3.2 LA MONARCHIA. TULLO OSTILIO – Orazi e Curiazi

STORIA ROMANA IN VERSI
di Alberto Cavaliere

LA MONARCHIA : TULLO OSTILIO

Gli Albani non sopportano
che accanto a loro cresca
Roma, ch’è ognor più prospera
ed anche più manesca.

È sempre assai difficile
filar di buon accordo
col parente malevolo,
con il vicino ingordo.

E quando al diplomatico
e buon Numa Pompilio
succede l’ancor giovane
e ardente Tullo Ostilio,

la guerra è inevitabile;
né sembra che Albalonga
capisca a qual terribile
pericolo s’esponga.

Dinanzi già si trovano
Romani contro Albani,
con agguerriti eserciti
pronti a menar le mani.

Allor Mezio Fuffezio
( io mi domando come
poteva costui vincere
con un siffatto nome!),

re degli Albani, avanzasi,
dicendo:” Io proporrei
che, senza tanto strepito,
combattan solo in sei,

tre contro tre; dall’esito
di questa sfida, poi,
decideremo equanimi
chi vinto avrà di noi,

senza che i nostri popoli
immane lutto strazi “.
È allor che in campo scendono
gli Orazi ed i Curiazi.

Cominciano a combattere
con un’audacia indoma ;
intorno tutti gridano:
” Forz’ Alba !.. Forza Roma !..”.

Sembra che debban vincere
proprio gli Albani:infatti,
mentre i Romani guardano
ansiosi, esterrefatti,

due degli Orazi sùbito
cadon trafitti al suolo.
La situazione è critica:
resta un Orazio solo.

Ma questi è ancora valido,
mentre i tre d’Alba, arditi
– è vero – ancor combattono,
ma sono già feriti.

L’Orazio, allora, simula
la fuga, e intorno:- Ah grullo!
Ah sciagurato!…- strepita
l’esercito di Tullo.

Gli Albani lo rincorrono
con zoppicante pié ;
l’Orazio a un tratto volgesi
e infilza tutti e tre.

I suoi compagni, attoniti,
finita la tenzone,
con entusiasmo abbracciano
quel celebre campione,

e Roma con gran giubilo
il vincitore accoglie,
che dei nemici ha in premio
le guadagnate spoglie.

Ma, tra il festante popolo,
una di lui sorella,
promessa ad un Curiazio,
piangendo si ribella;

per cui, seccato, il giovane,
in nome degli dèi,
giacché si trova a uccidere,
trafigge pure lei.

Molto indignati i giudici
per questo gesto odioso,
a morte allor condannano
quell’uomo un po’ focoso,

e solo poi, per merito
del suo trionfo, in luogo
d’ucciderlo, gl’impongono
di passar sotto il giogo.

Per quella gente semplice
era una pena grave,
anzi, era un’onta orribile
passar sotto una trave:

non piegar mai le vertebre
era in quei tempi un vanto.
Poi, col passar dei secoli,
non ci si badò tanto.

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