Divina Commedia – Purgatorio – Canto quinto

SINTESI

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Pia de’ Tolomei

Riprende l’ascesa, quando le anime dei pigri, accorgendosi cbe Dante è  vivo, hanno esclamazioni di meraviglia che distraggono il Poeta; ma il richiamo del maestro al dovere spezza l’atmosfera di  ricordo, il richiamo familiare alla terra, che l’incontro con Belacqua aveva creato.

Nella seconda balza dell’Antipurgatorio, che i due poeti incontrano nella loro salita, appaiono gli spiriti di coloro che, uccisi violentemente, si pentirono prima di morire.

Tre personaggi si presentano  a Dante. Jacopo del Càssero, che descrive la sua tragica e solitaria fine per mano di sicari, dopo una fuga vana e disperata. Buonconte da Montefeltro, figlio di quel Guido che era stato protagonista del canto XXVII dell’Inferno, morto a Campaldino, e sul cui cadavere si accese una disputa tra l’angelo di Dio e un diavolo, finita questa volta con la salvezza dell’anima contesa. E, infine, una delicata e sensibile figura femminile, Pia senese, che chiude con una nota patetica e pudica anche sulla propria morte, questo canto dominato dall’ansia del superamento, dal dramma del dovere morale di staccasi dalla terra, che è già nel cuore di Dante, e che le figure dei morti di morte violenta paiono incarnare con il loro ricordo di sangue e di in pentimento in extremis, angoscioso ma sublime e liberatore.

PARAFRASI

 

Io era già da quell’ombre partito,
e seguitava l’orme del mio duca,
quando di retro a me, drizzando ’l dito,

Mi ero già allontanato da quelle ombre,
e seguivo da vicino la mia guida,
quando da dietro di me, puntandomi contro il dito,

una gridò: “Ve’ che non par che luca
lo raggio da sinistra a quel di sotto,
e come vivo par che si conduca!”.

un’anima gridò: “Guardate, sembra che i raggi di sole
non trapassino, da destra a sinistra, chi cammina più in basso
e sembra che si muova come uomo vivo!”.

Li occhi rivolsi al suon di questo motto,
e vidile guardar per maraviglia
pur me, pur me, e ’l lume ch’era rotto.

Al suono di queste parole volsi indietro lo sguardo,
e vidi che le anime guardavano con meraviglia
proprio e solo me e il fascio di luce interrotto dal mio corpo.

“Perché l’animo tuo tanto s’impiglia”,
disse ’l maestro, “che l’andare allenti?
che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

“Perché la tua mente si lascia distrarre a tal punto”,
disse il mio maestro, “che rallenti l’andatura?
Cosa ti importa di ciò che esse bisbigliano?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non crolla
già mai la cima per soffiar di venti;

Seguimi, e lascia parlare le persone:
comportati come una torre immobile,
a cui non crolla mai la cima per il soffiare del vento;

ché sempre l’omo in cui pensier rampolla
sovra pensier, da sé dilunga il segno,
perché la foga l’un de l’altro insolla”.

poiché sempre l’uomo in cui un pensiero
si sovrappone ad un altro, allontana da sé la sua meta,
perché la foga di un pensiero indebolisce l’altro”.

Che potea io ridir, se non “Io vegno”?
Dissilo, alquanto del color consperso
che fa l’uom di perdon talvolta degno.

Che cosa potevo rispondere, se non “Vengo”?
Così dissi, soffuso con abbondanza di quel colore rosso
che talvolta rende l’uomo degno di essere perdonato.

E ’ntanto per la costa di traverso
venivan genti innanzi a noi un poco,
cantando ’Miserere’ a verso a verso.

E intanto, trasversalmente rispetto a noi, lungo il fianco del monte,
procedevano delle anime un po’ più in alto di noi,
cantando “Miserere” a versetti alternati.

Quando s’accorser ch’i’ non dava loco
per lo mio corpo al trapassar d’i raggi,
mutar lor canto in un “oh!” lungo e roco;

Quando si accorsero che impedivo
con il mio corpo il passaggio dei raggi solari,
sostituirono al loro canto un “oh!” lungo e roco;

e due di loro, in forma di messaggi,
corsero incontr’a noi e dimandarne:
“Di vostra condizion fatene saggi”.

e due di loro, in veste di messaggeri,
ci corsero incontro e ci domandarono:
“Rendeteci nota la vostra condizione”.

E ’l mio maestro: “Voi potete andarne
e ritrarre a color che vi mandaro
che ’l corpo di costui è vera carne.

E il mio maestro: “Voi potete tornare
da coloro che vi inviarono e riferire loro
che il corpo di costui è fatto di carne materiale.

Se per veder la sua ombra restaro,
com’io avviso, assai è lor risposto:
fàccianli onore, ed esser può lor caro”.

Se si fermarono per aver visto l’ombra che egli proietta,
come ritengo, questa risposta è sufficiente: l
o accolgano tra loro con felicità, perché ciò può portar loro del bene”.

Vapori accesi non vid’io sì tosto
di prima notte mai fender sereno,
né, sol calando, nuvole d’agosto,

Non vidi mai stelle cadenti così rapidamente
fendere il cielo sereno al principio della notte,
né, al calar del sole, fendere le nuvole in estate,

che color non tornasser suso in meno;
e, giunti là, con li altri a noi dier volta,
come schiera che scorre sanza freno.

rispetto a cui quelle anime non tornassero indietro più rapide,
e giunte là dove erano prima, tornarono indietro con le altre,
come una folla che corre sfrenata.

“Questa gente che preme a noi è molta,
e vegnonti a pregar”, disse ’l poeta:
“però pur va, e in andando ascolta”.

“Questa gente che fa ressa intorno a noi è molta,
e viene per pregarti”, disse il poeta:
“però continua a camminare, e ascoltali mentre cammini”.

“O anima che vai per esser lieta
con quelle membra con le quai nascesti”,
venian gridando, “un poco il passo queta.

“O anima che sei in viaggio per giungere alla beatitudine
con quelle membra con le quali sei nato”,
gridavano venendoci incontro, “ferma per un po’ il tuo incedere.

Guarda s’alcun di noi unqua vedesti,
sì che di lui di là novella porti:
deh, perché vai? deh, perché non t’arresti?

Guarda se hai mai conosciuto qualcuno di noi,
così da portarne notizie in terra:
ebbene, perché continui a camminare? Perché non ti fermi?

Noi fummo tutti già per forza morti,
e peccatori infino a l’ultima ora;
quivi lume del ciel ne fece accorti,

Noi siamo tutti morti di morte violenta,
e siamo stati peccatori fino all’ultimo momento;
in quell’istante la Grazia divina ci rese consapevoli,

sì che, pentendo e perdonando, fora
di vita uscimmo a Dio pacificati,
che del disio di sé veder n’accora”.

cosicché, pentendoci dei peccati e perdonando i nemici,
lasciammo la vita riappacificati con Dio,
che ci tormenta con il desiderio di vederlo”.

 

E io: “Perché ne’ vostri visi guati,
non riconosco alcun; ma s’a voi piace
cosa ch’io possa, spiriti ben nati,

E io: “Per quanto guardi attentamente i vostri visi,
non riconosco nessuno; ma se desiderate
che io faccia ciò che è nei miei poteri, o spiriti destinati alla vita eterna,

voi dite, e io farò per quella pace
che, dietro a’ piedi di sì fatta guida,
di mondo in mondo cercar mi si face”.

ditemelo, e io lo farò in nome di quella pace
che, seguendo questa guida,
io cerco dall’uno all’altro mondo dell’oltretomba”.

E uno incominciò: “Ciascun si fida
del beneficio tuo sanza giurarlo,
pur che ’l voler non possa non ricida.

E un’anima incominciò a dire: “Ciascuno di noi ha fiducia
del bene che prometti senza bisogno di giuramento,
purché l’impotenza di compierlo non impedisca il compiersi della tua volontà.

Ond’io, che solo innanzi a li altri parlo,
ti priego, se mai vedi quel paese
che siede tra Romagna e quel di Carlo,

Perciò io, che da solo davanti agli altri parlo,
ti prego, se mai dovessi visitare quel paese,
che si estende tra la Romagna e il regno di Carlo,

che tu mi sie di tuoi prieghi cortese
in Fano, sì che ben per me s’adori
pur ch’i’ possa purgar le gravi offese.

che tu mi usi la cortesia di chiedere
ad amici e parenti a Fano, di pregare Dio in mio nome
affinché io venga aiutato a espiare i miei gravi peccati.

 

Quindi fu’ io; ma li profondi fóri
ond’uscì ’l sangue in sul quale io sedea,
fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,

Io vengo da quella città; ma le profonde ferite
da cui uscì il sangue in cui io avevo la mia vita,
mi furono inferti nel territorio di Antenore, nel padovano,

là dov’io più sicuro esser credea:
quel da Esti il fé far, che m’avea in ira
assai più là che dritto non volea.

là dove io credevo di essere più sicuro:
me le fece infliggere il signore d’Este,
che mi aveva in odio molto di più di quanto non ne avesse diritto.

Ma s’io fosse fuggito inver’ la Mira,
quando fu’ sovragiunto ad Orïaco,
ancor sarei di là dove si spira.

Ma se io fossi fuggito verso Mira,
quando venni raggiunto dai miei nemici ad Oriago,
sarei ancora nel mondo di vivi.

 

Corsi al palude, e le cannucce e ’l braco
m’impigliar sì ch’i’ caddi; e lì vid’io
de le mie vene farsi in terra laco”.

Corsi invece verso la palude, e le canne e il fango
mi intralciarono cosicché io caddi; e lì vidi
il mio sangue, uscendo dalle mie vene, formare in terra un lago”.

Poi disse un altro: “Deh, se quel disio
si compia che ti tragge a l’alto monte,
con buona pïetate aiuta il mio!

Poi parlò un altro: “Dunque, possa realizzarsi
il desiderio che ti spinge a salire l’alto monte,
abbi pietà e aiuta il mio”

 

Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;
Giovanna o altri non ha di me cura ;
per ch’io vo tra costor con bassa fronte”.

Io fui di Montefeltro, sono Bonconte;
Giovanna e gli altri parenti non si curano di me;
per cui io cammino tra queste anime con la testa bassa”.

E io a lui: “Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?”.

E io dissi a lui: “Quale violenza o quale caso
ti trascinò così lontano da Campaldino,
che non si è mai saputo dove sei stato sepolto?”.

“Oh!”, rispuos’elli, “a piè del Casentino
traversa un’acqua c’ ha nome l’Archiano,
che sovra l’Ermo nasce in Apennino.

“Oh!” rispose egli, “ai piedi del Casentino
scorre un fiume che si chiama Archiano,
che nasce sull’Appennino sull’Eremo di Camaldoli.

Là ’ve ’l vocabol suo diventa vano,
arriva’ io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.

Là, dove sfociando nell’Arno perde il suo nome,
giunsi con la gola trafitta,
fuggendo a piedi e bagnando di sangue la pianura.

Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini’, e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.

Lì persi la vista e la forza di parlare;
giunsi alla fine con il nome di Maria sulle labbra,
e lì morii e non rimase altro che la mia carne.

Io dirò vero, e tu ’l ridì tra ’ vivi:
l’angel di Dio mi prese, e quel d’inferno
gridava: “O tu del ciel, perché mi privi?

Io ti racconterò la verità e tu raccontala tra i vivi:
l’angelo di Dio prese la mia anima, e l’emissario dell’Inferno
gridava: ‘Angelo del cielo, perché me la rubi?

Tu te ne porti di costui l’etterno
per una lagrimetta che ’l mi toglie;
ma io farò de l’altro altro governo!”.

tu porti via l’anima immortale di costui
per una sola piccola lacrima che così me ne priva;
ma io tratterò diversamente il suo corpo!’.

Ben sai come ne l’aere si raccoglie
quell’umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove ’l freddo il coglie.

 

Tu sai bene come si raccoglie nell’aria
quel vapore acqueo che si converte in acqua,
appena sale nella parte fredda dell’atmosfera.

Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo ’ntelletto, e mosse il fummo e ’l vento
per la virtù che sua natura diede.

Il demonio congiunse quella cattiva volontà che non desidera che il male
con il suo intelletto, e agitò il vapore e il vento
con i poteri che la natura gli diede.

Indi la valle, come ’l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e ’l ciel di sopra fece intento,

Quindi, appena il giorno terminò,
coprì di nebbia la pianura, da Partomagno all’Appennino;
e rese il cielo denso di nuvole pesanti,

sì che ’l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a’ fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;

cosicché l’aria satura di vapore si trasformò in acqua;
cadde la pioggia, e confluì nei fossati
quella che la terra non poteva assorbire;

e come ai rivi grandi si convenne,
ver’ lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.

e quando essa confluì nei torrenti,
verso il fiume maggiore si precipitò,
tanto velocemente che nulla fu in grado di trattenerla.

Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l’Archian rubesto; e quel sospinse
ne l’Arno, e sciolse al mio petto la croce

L’Archiano impetuoso trovò il mio corpo gelato vicino alla sua foce;
e lo sospinse nell’Arno,
e sciolse la croce che con le mie braccia

ch’i’ fe’ di me quando ’l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse”.

avevo fatto sul petto quando mi vinse il dolore del rimorso;
mi rivoltò contro le sponde e sul fondo,
poi con i suoi detriti mi coprì e mi trascinò via con sé”.

“Deh, quando tu sarai tornato al mondo
e riposato de la lunga via”,
seguitò ‘l terzo spirito al secondo,

“Ebbene, quando sarai tornato sulla terra
e ti sarai riposato del lungo viaggio”,
seguitò un terzo spirito dopo il secondo,

“ricorditi di me, che son la Pia;
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che ’nnanellata pria

disposando m’avea con la sua gemma”.

“ricordati di me, che sono la Pia;
sono nata Siena, morii in Maremma:
lo sa bene colui che sposandomi

mi aveva cinto il dito con il suo anello”.

ANALISI E COMMENTO

 

La struttura del canto V presenta due caratteristiche peculiari. In primo luogo, esso appartiene ad una serie coesa di Canti, i primi otto di questa seconda Cantica, cioè i canti dell’Antipurgatorio: essi sono caratterizzati al contempo da un’impostazione autonoma, per cui ciascuno rappresenta un capitolo chiuso in sé, e dal fatto di essere parte della stessa linea narrativa che li collega strettamente. Il caso del canto V è esemplare: da un certo punto di vista individua una situazione specifica che lo distingue dal precedente e dal successivo, cioè il passaggio alla seconda balza e l’incontro con i negligenti morti di morte violenta. Però esso inizia quando Dante è ancora vicino ai pigri di cui si è parlato nel quarto canto e allo stesso modo il sesto canto inizia raffigurando ancora alcune delle anime della seconda balza, sebbene molto in breve. Questi canti iniziali del Purgatorio sono inoltre contraddistinti da alcuni temi ben riconoscibili e ricorrenti: la meraviglia delle anime che si accorgono del corpo mortale di Dante già nel canto III; l’attenzione alla luce e ai suoi movimenti, che appunto consentono di notare la particolare condizione del poeta; la coesione e la consonanza delle anime, già evidenziata dalla descrizione delle anime che scendono dalla barca nel canto II; sempre nel medesimo canto era già individuato il tema della musica nel canto (ricco di significati simbolici) delle animela richiesta di preghiere da parte di Dante e, per suo tramite, dei vivi. Nel canto sesto del Purgatorio Virgilio spiega che queste preghiere in suffragio, se sono pronunciate da fedeli nella vera fede, posso accorciare la penitenza, perché sono coerenti con il piano ultimo e la volontà di Dio.

Se invece osserviamo il testo in sé e per sé, noteremo la sua efficace organizzazione in quattro momenti:

  • la separazione dai pigri e l’incontro con i nuovi negligenti (vv. 1-63);
  • Iacopo del Cassero (vv. 64-84);
  • Bonconte da Montefeltro (vv. 85-129);
  • la Pia senese (vv. 130-136).

La successione di queste fasi delinea un particolare percorso tonale, poiché all’inizio l’impressione dominante è quella di pacatezza e serenità, nel segno della purificazione, è seguita da un momento sempre più intenso e drammatico, che culmina nel racconto di Bonconte, per concludere con la tenerezza affettuosa e discreta – addirittura materna dicono i critici – della figura femminile di Pia de’ Tolomei. L’insieme risulta così unitario, perché la progressione è graduale e coerente nel complesso, ma anche vario e ricco dal punto di vista emotivo. Si pensi ad esempio a come la violenza della scena del temporale, causato dal demonio che vuole vendicarsi di Bonconte, sia anticipata da due momenti precedenti, in gradazione ascendente. Prima, il rimprovero di Virgilio a Dante. Spesso ci si è chiesti come mai Virgilio riprenda il suo allievo in modo tanto aspro per un’incertezza tanto innocua come quella che lo spinge a girarsi verso i pigri. Gli elementi da considerare sono molti. A livello narrativo Dante ha ancora un lungo percorso davanti a sé e deve dunque proseguire. Ma soprattutto, mentre nell’Inferno era soltanto uno spettatore esterno, ora egli condivide la sorte dei penitenti, si purifica insieme a loro a sua volta e quindi condivide anche la loro ansia, il loro desiderio di perfezionarsi per raggiungere Dio. Qui ogni deviazione dal Bene divino è molto più grave, proprio perché si è più vicini ad ottenere la ricompensa. È insomma il medesimo concetto che viene sottolineato dal rimprovero di Catone alla fine del secondo canto. Non solo: Virgilio insiste in questo modo sulla differenza che Dante deve delineare tra il suo comportamento e quello peccaminoso che le anime pigre hanno tenuto in terra. A questa interpretazione morale e religiosa, se ne può poi affiancare una socio-politica: anche nella sua missione terrena, nel suo compito di uomo e quindi anche come scrittore della Commedia Dante non deve essere timoroso, succube dell’opinione e dei gusti altrui, ma procedere con determinazione verso il proprio obiettivo. Questo tema è molto importante anche se poco esplicito nel corso di tutto il poema e si ritrova alla fine del Purgatorio, quando Dante incontra Beatrice (e poi anche nel lungo colloquio con l’avo Cacciaguida).

L’altra anticipazione del tono violento nella descrizione di Bonconte si trova nelle parole di Jacopo del Cassero. Egli è un buon esempio del doppio binario su cui si sviluppa l’atteggiamento delle anime purganti, compreso ad esempio lo stesso Bonconte che parla poco dopo. Da una parte, esse sono ancora legate al passato, ai loro affetti terreni, alle offese che hanno ricevuto. Anche per questo chiedono di essere ricordate da Dante quando sarà tornato nel mondo; e proprio per questo nelle loro parole risuona talvolta il senso del dolore provato, come appunto per Jacopo, tradito ed ucciso. Resta infatti la memoria del passato e un senso di tristezza o di malinconia, come quando Bonconte accenna a come i suoi parenti l’abbiano dimenticato. D’altra parte, le anime purganti appartengono ormai ad una sfera completamente diversa, che rende le sensazioni, le logiche e i desideri mortali del tutto superati: lo stesso Jacopo non esprime odio per i suoi nemici, ma quasi commiserazione, e racconta la sua storia comunicando un senso di inesorabilità. Il medesimo distacco si coglie con chiarezza anche in Bonconte e in Pia senese, che di fatto con la sua dolcezza sembra perdonare chi l’ha colpita tanto duramente. Anche in ciò si delinea quella armonia, quella coesione di cui abbiamo parlato per queste anime: perdonano come Dio le ha perdonate, solo così possono aspirare alla perfezione del cielo, e ciò vale soprattutto se la loro fine è stata tragica e traumatica. A ciò si aggiunge il senso di come anche Dante, insieme alle anime purganti, superi le divisioni e gli scontri terreni, di fatto trovando un momento di commozione condivisa con Bonconte che, come lo stesso Dante, aveva combattuto a Campaldino, ma nella fazione opposta.

Questa celebrazione dell’amore e dell’unità si riconosce anche nel drammatico racconto della morte di Bonconte, che Dante costruisce con effetto poetico magistrale. L’episodio è ricchissimo di spunti: comincia con i richiami a fatti storici recenti e ben noti (la battaglia di Campaldino dell’11 giugno 1289), prosegue con l’immagine popolare ben nota e diffusa dell’angelo e del demonio che lottano per un’anima. Al lettore della Commedia la scena risulta ancor più gustosa perché conosce già cosa sia successo al padre di Bonconte, Guido da Montefeltro (Inferno, canto XXVII): Guido, consigliere astuto del papa, si pente e diventa frate francescano; Bonifacio VIII però ha ancora bisogno di lui e gli propone di assolverlo preventivamente per qualunque astuzia voglia suggerirgli. Guido accetta, ma al momento di morire, quando san Francesco si presenta per portarne l’anima in salvo, il demonio, furbissimo a sua volta, chiarisce che non vale pentirsi in anticipo: bisogna far penitenza dopo aver commesso la colpa, per dimostrarne piena coscienza. Frate Guido dunque finisce nelle Malebolge, destinato a bruciare in eterno in una lingua di fuoco, mentre il figlio si salva, grazie ad una sola lacrima, sincera però: un perfetto parallelismo rovesciato. A questo punto il demonio, furioso e frustrato, adopera quei poteri che secondo san Tommaso appartengono alle forze infernali: modifica la natura e tortura il corpo morto di Bonconte. Una vendetta davvero inutile e ridicola, che dimostra come anche nella dimensione ultraterrena l’odio, se non è inserito nel piano giusto di Dio, non ha alcun senso né utilità. L’unica ira dotata di ragionevolezza è quella per cui i dannati sono puniti dei loro peccati in eterno. L’efficacia poetica dantesca si legge nel modo in cui questa vendetta è attuata: anche le forze immortali si manifestano attraverso gli enti naturali e così Dante sfrutta un evento storico (un fortissimo temporale verificatosi dopo la battaglia di Campaldino, di cui le cronache riportano precise notizie) e le sue conoscenze scientifiche di stampo aristotelico per concludere la sua rappresentazione. È una scena poeticamente grandiosa. Segue un’altra scena, altrettanto efficace e coinvolgente, ma di carattere elegiaco e pacato, grazie alle parole di Pia.

La scelta dei personaggi in questo canto è peculiare, poiché sono tutti contemporanei di Dante, che in parte li conobbe di persona; la loro collocazione nel Purgatorio non segue un principio necessario, com’era invece per molti dei dannati, la cui colpa era tanto nota da impedire ogni alternativa. La salvezza di queste ombre dipende in fondo, in modo un po’ arbitrario, dalla scelta dello stesso Dante: dalle sue simpatie, dalle sue convinzioni oppure dagli scopi poetici che si è proposto: l’incontro con determinati personaggi gli serve insomma fungere come espediente narrativo per fornire un esempio forte al proprio lettore.

 

 

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