Tu …

Tu che mi vedi ogni mattina all’alba,
andare, come è mio fedel costume,
quando la luce è ancora incerta e scialba,
a bagnar il mio pan nel dolce fiume;

tu che mi vedi andar sporco e stramato,
che mi vedi morente di stanchezza
tu, che nell’occhio mio imbambolato,
leggi la fame, l’odio, la tristezza;

tu che mi vedi andare per la via,
barcollando per sonno e non per vino;
tu che m’hai visto un dì, fanciulla mia
piangere il mio dolor come un bambino;

tu che stanotte, uscendo da una festa
m’hai scorto ai piedi d’un fanal, seduto;
a rosicchiare un torzo, e un poco mesta
m’hai gettato uno scudo ed un saluto;

tu che mi vedi errar solo nel mondo,
oh, non devi pensar tu folle e lieta
che io in qualche triste vagabondo,
no, bimba, fui sol troppo poeta.

da: Sergio Corazzini. Poesie. Milano, BUR, 2010. ISBN 9788817168489

Sergio Corazzini (Roma, 6 febbraio 1886 – Roma, 17 giugno 1907) fu poeta appartenente al crepuscolarismo romano del primo decennio del Novecento.

La poesia di Sergio Corazzini è il canto di una breve stagione, di un poeta fanciullo, di un angelo della morte scomparso a soli ventun’anni: un poeta vissuto il tempo d’un battito d’ali eppure capace di fissare per sempre nelle sue liriche la sua vicenda terrena, il suo “povero piccolo sogno”.

La sua poesia è focalizzata su “piccole cose“, dietro le quali non emergono valori segreti, ma si nasconde il vuoto, tipico dei poeti crepuscolari tra i quali Corazzini fu annoverato. I suoi versi esprimono da un lato un malinconico desiderio per quella vita che la malattia gli negava, dall’altro un nostalgico ritrarsi dall’esistenza presente, proprio perché avara di prospettive future.

Nelle poesie di Corazzini si possono cogliere due momenti: quello del povero poeta sentimentale che racconta la propria malinconia con un linguaggio semplice e dimesso e quello del poeta ironico che adotta un linguaggio meno trasparente, più polisemico, a volte addirittura simbolico.

In Desolazione del povero poeta sentimentale si esprime tutta la poetica di Corazzini dove il “piccolo fanciullo che piange” proclama l’impossibilità di essere chiamato “poeta”, affermando così, per la prima volta, la concezione della poetica crepuscolare così in contrasto con il trionfante dannunzianesimo.

 

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