A Dante – di Mario Rapisardi (1865)

Per il monumento a Dante in Firenze.

     Poi che dal nido antico
In bando ti cacciò la parte avversa,
E quattro lustri indarno,
Ramingando magnanimo e mendico
Per le tinte di sangue itale prode,
Invocasti l’amico
Sorridere degli astri e la diversa
Di profumi e di fior sponda de l’Arno,
Teco venía secreta
L’itala Musa, o primo
Del futuro d’Italia astro e profeta;
E allor che più da l’imo
Cor la vigil sentivi ira rompente
E scolorarsi i sogni e l’ardimento
De lo spirto sdegnoso, ella venía
A incorarti col canto i giorni mesti

Ed il desío longanime e bollente
Con la speranza e l’avvenir lenía.

Disingannato e stanco
Di sì lunghi fraterni odi e dolori,
Onde questa deserta itala donna
Lacerato e gemente
Dimostrò lungamente il petto e il fianco
Ed infusi di fango i primi allori,
Pellegrin novo e solo
Da questo aer corrotto ai primi veri.
Del presago pensier levasti il volo,
Ardimento immortal. Siccome larve
Dileguar ti fu visto al novo lume
Del ciel le fiere e tante
Sanguinose e cozzanti itale insegne,
Precipitar da l’usurpate sedi
Turba di regi e di levíti avari
Che irta discordia avean nei petti accesa,
E troni infranti e rovesciati altari,
Da cui Giustizia e Dio moveano in bando,
E al lontano orizzonte
Sorger sul Campidoglio
Una sola bandiera, un tempio, un soglio.

Or che la presagita,
Dopo lunga d’affanni aspra fortuna,
Ora a noi sorge, se di noi pur serbi
Da la luce ove sei memoria alcuna,
Se di nostr’armi gloriosa il suono
Fino a te si levò, benchè terrena
Gloria in faccia alla tua sia polve ed ombra,
Vieni a mirar costei
Che, battezzata nella tua parola,

Scote il mesto sudario e il brando cinge;

E riaccesa l’itala saetta
A la mortal tenzone
Rugge de l’Alpe minacciata in vetta
L’allobrogo leone.

Sopra cocchio fulmineo e in viso ardente
Dei ridestati lampi
Dal pian lombardo a la sicana sponda
Scorre stridendo l’itala vendetta;
Sui combattuti campi
Passa la Morte sibilando e ingombra
D’ammucchiati cadaveri nemici
Ai vincitori il varco;
Siede Vittoria all’ombra
Dei nuovi lauri del sabaudo trono,
E nell’immense braccia
Le partite città Concordia abbraccia.

Padre, sul fronte ardito
De la rinata prole
Rinnovata or non è d’Ausonia il serto?
Splender non vedi il sole
Entro ai lor occhi e di Quirino il foco?
Dal più rimoto loco
Mover vedi ciascun devotamente
A baciar la tua sponda
E a deporre al tuo piè le sue corone,
Onde, o padre, tu sei la prima fronda.
Così soleva il giovinetto Argivo
Vittorioso dell’elèo cimento
Al genitor canuto
Superbo rassegnar l’inclito ulivo,
Ed era intorno a lui lungo saluto

Di gareggianti carmi.

Sorgon dai sacri marmi
Ove dormìr lunghi anni in Santa Croce
I magnanimi spirti,
Ripetendo il tuo nome ad una voce;
Da l’iperboreo nido
Leva pauroso la squallida faccia
II domato stranier, chè il novo e santo
Di speranze e d’amori italo grido
Gli par voce d’oltraggio e di minaccia.

Ma a l’italo banchetto
Propizianti non vedrai due sole
Su la cui fronte pensierosa e mesta
Nullo raggio ancor manda il nostro sole.
E, mentre ornate a festa
Convengono a libar l’itale suore,
Sui tuoi memori colli,
O sposa di Quirin, siede il dolore;
E, di cipresso cinta e in veste bruna,
La violata sposalizie antica
Piange Venezia da la sua laguna.

Pur del tuo sdegno il fulmine su noi,
Padre, non piombi ancora,
Chè in noi, benchè repressa, ira non dorme;
Nè vi sdegnate, o voi
Del Tirreno e de l’Adria esuli mesti,
Cui non è dato incoronar la prora
Del novo italo mirto,
E pellegrin con voi recate il santo
Penate a queste etrusche ospiti mura,
Ove agli accolti eroi
Sarà stille di foco il vostro pianto.

E già del gran mattino
Feconda aura commove Adige e Tebro;
Su le fuggenti nubi io veggio, o parmi,
L’Aquila di Quirino;
Per ogni loco io sento
Scalpitar di cavalli e fragor d’armi:
Ecco Furio, ecco Bruto, ecco le cento
Legioni di Roma, ecco son carchi
D’ostili spoglie i trionfanti carri,
Ecco avvinti i monarchi
A la ruota de l’itala fortuna.
Sorgi, mio Genio, e a’ prodi
Leva, chè teco è un Dio,
Su le corde tebane itali modi.

Caggia l’inauspicato
Giorno dal tempo, che sui nostri petti
De la mesta Reina oblio s’assida
Ed il mavorzio alloro
Non verdeggi di nuovo ai còlli eterni,
E fra’ plausi fraterni
Di votive corone inghirlandato
Alle nozze non torni il Bucintoro;
Caggia quel dì che l’italo soldato,
Come timor di strana ira lo sprona.
Fulmini i nostri voli
E brutti inesorato
Del miglior sangue l’itala corona!

Tu, se vedrai su l’Arno
Addormentarsi l’itala vendetta
E fremer l’ira in pochi petti indarno,
Pria che sui clivi profumati e molli
L’aquila scordi la tarpea saetta,

 

Sveglia, o padre, il temuto estro possente
E come turbo investa
I codardi d’Ausonia e i traditori;
Fra gli obliati allori
Caccia a Italia la destra, e il regio serto
Sfrondale in su le chiome,
Onde, se alfin si desta,
Di sè stessa vergogni e del suo nome!

Aprile 1865.

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