Alla ricerca dell’Infinito (Addio, Andrea)

Andrea era un ragazzo splendido, pieno di vita e di entusiasmo.
Avrebbe meritato un altro destino.
I disegni della Provvidenza sono imperscrutabili e, ahimè spesso, incomprensibili.

L’Infinito, Andrea, lo aveva trovato non solo sui monti, come testimoniano i suoi video ma anche in quel 33° del Paradiso ch’era diventato il suo Canto preferito.

L’anno scorso, tra il serio e il faceto  gli ho suggerito di “accontentarsi” delle visioni che la grande poesia di Dante sapeva suscitare in lui e di lasciar perdere le imprese più ardue come le scalate in solitaria su monti difficili che già gli avevano provocato qualche disavventura. Lui, non mi rispose. Ma nel suo sorriso cortese non ebbi difficoltà a leggere la sua risposta non detta: “non puoi capire”.
In effetti non ho mai capito cosa lo spingesse a sfidarsi in continuazione e a portare a termine ogni impresa non accontentandosi mai di un risultato qualsiasi, esigendo da se stesso sempre il massimo in ogni disciplina.

Sembrava che volesse divorare il tempo, quasi fosse presago di quanto poco gliene fosse rimasto a disposizione.
Forse, molto più semplicemente, lo faceva perchè era consapevole d’aver ricevuto quei talenti dal Signore e che, perciò doveva spenderli e metterli a frutto.
Addio, amico mio, continua a volare più in alto che puoi.
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Campione di karate, podista, pilota: le tante vite di Andrea Chaves

Andrea Chaves Lopez era uno sportivo a 360 gradi e otteneva sempre ottimi risultati: a maggio si era laureato campione italiano di karate, lo stesso mese aveva ottenuto il primo posto al “Castello di pietra”, il trail sui sentieri della val Borbera. E ad appena 16 anni aveva conseguito il brevetto per il volo a vela.

Andrea, 21 anni, era partito da solo verso l’una di notte, l’ora adeguata per affrontare una via impegnativa come la Major. Stando alla ricostruzione degli uomini del Soccorso Alpino della Guardia di Finanza di Entrèves, operata sulla base delle foto scattate dall’alpinista stesso durante l’ascesa, l’incidente si è verificato dopo le tre del mattino, quando la salita era iniziata da poco più di due ore.

L’ipotesi più probabile è che una scarica di sassi o uno scivolamento causato dal manto nevoso instabile lo abbia fatto precipitare per quasi trecento metri, finendo in un crepaccio terminale ai piedi della parete d’inizio via. Nel tardo pomeriggio di venerdì, quando Andrea non è ritornato a valle e il suo cellulare risultava muto, è scattato l’allarme: un elicottero si è alzato in volo è ha individuato il corpo ormai senza vita del ragazzo.

La salita al Monte Bianco per la via Major è uno degli itinerari più classici, ma in questo periodo le insidie sono tante: il lungo periodo di siccità e le alte temperature di questa estate hanno determinato condizioni non ottimali per l’alpinismo. Il crepaccio ha inghiottito il corpo di Andrea proprio a causa della scarsa copertura nevosa.

Il recupero del cadavere è stato complesso. Le condizioni meteo erano cattive e la zona è sotto la minaccia costante di seracchi: gli uomini del soccorso alpino si sono calati con un verricello mentre l’elicottero è rimasto in volo stazionario a quindici metri di altezza. L’operazione di recupero si è conclusa all’imbrunire. La salma è stata composta alla camera mortuaria di Courmayeur.

Chaves: “Canto la bellezza di Dante per i miei coetanei”

A chi gli chiedeva cosa portasse un giovane a sacrificare tanto tempo allo studio della Divina Commedia, Andrea Chaves rispondeva che sentiva la chiamata a consegnare ai suoi coetanei la bellezza dei versi di Dante capaci di colmare molti vuoti
 NOVI LIGURE – «Perché parlare di Dante oggi? Perché la poesia è in noi, nelle nostre azioni, nel nostro essere uomini comuni ma allo stesso tempo nel saper coltivare giorno dopo giorno l’umanità connaturata al nostro essere. Dante sa essere attuale, forse per il suo genio, per l’essere uomo di ogni epoca e per l’amore, la volontà, l’avventura della sua vita e del viaggio dalla selva alle stelle che ancora oggi sentiamo fare parte del nostro animo, dell’esistenza in cui ci muoviamo, respiriamo e siamo».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Così Andrea Chaves Lopez spiegava la sua passione per la Divina Commedia, alla vigilia delle manifestazioni per il 750esimo anniversario della nascita di Dante Alighieri. Una passione che nel corso degli anni – con professionalità e creatività – l’aveva portato a divulgare in tutta Italia le terzine del Sommo Poeta. Era stato a Roma e a Ravenna tanto per citare due degli appuntamenti più prestigiosi. Ma il suo cuore rimaneva a Serravalle. È dalla cittadina in riva allo Scrivia, infatti, che Chaves è stato lanciato sul palcoscenico nazionale: e in questo un merito non piccolo l’ha avuto un altro appassionato delle opere del padre della lingua italiana, Benito Ciarlo.

«Lo ricorderò sempre quando, sedicenne, con sua mamma Patrizia, mi cercò per recitarmi a memoria il quinto canto dell’Inferno e proponendosi di collaborare per il ciclo su Dante che stavo svolgendo alla biblioteca Allegri – dice Ciarlo [insieme nella foto sotto] – Siamo andati avanti quattro anni insieme, lui sempre più protagonista e non solo a Serravalle. Aveva preso la diffusione della Divina Commedia come una missione e non tralasciava occasione per proporla».

L’amore per le terzine dantesche era nato sui banchi di scuola, al liceo Amaldi di Novi Ligure, che l’ha visto diplomarsi con il massimo dei voti e la lode. La Divina Commedia la conosceva praticamente tutta a memoria. Qualcuno lo chiamava il «Benigni di Novi». E proprio in città aveva recitato senza interruzioni tutto l’Inferno, durante la Notte bianca del libro. L’assessore alla Cultura Cecilia Bergaglio lo ricorda bene: «L’immagine che ho in mente, da quando ho appreso la terribile notizia, è Andrea, in camicia bianca, che declama i versi di Dante. Eravamo in biblioteca. Mi avevano colpito sia la passione sia l’estro, rari in un ragazzo così giovane. Una grave perdita per la nostra comunità».

Chaves era stato più volte a Roma, ospite del Festival Dantesco e della Radio Vaticana. Ma era legato particolarmente a Ravenna: «Oggi la città ha perso uno dei suoi figli», ha dichiarato il sindaco Michele De Pascale.
Andrea era stato una prima volta a Ravenna da studente liceale in occasione delle attività di “Dante in rete” e colpì da subito tutti per la sua passione per Dante e per la Commedia che in pochi anni imparò integralmente a memoria, segnalandosi per la sua interpretazione appassionata e vissuta. «A chi gli chiedeva cosa portasse un giovane a sacrificare tanto tempo a questo studio, rispondeva che sentiva la chiamata a consegnare ai suoi coetanei la bellezza dei versi di Dante capaci di colmare molti vuoti», racconta De Pascale.

Dopo il liceo Andrea divenne un eccellente studente alla facoltà di Lettere all’Università di Bologna, con il sogno di laurearsi proprio sulla Commedia. Da lì spesso faceva una capatina a Ravenna: innumerevoli le sue presenze agli eventi di “Dante in rete”. L’ultima sua interpretazione dantesca è avvenuta sabato scorso, quando ha recitato diversi canti del Purgatorio.

Andrea era un “illuminato” che ha raggiunto ciò che cercava

Non era un ragazzo come tutti gli altri, Andrea. Lo diciamo senza tema di smentita e oltre ogni retorica che si esprime quando ci si trova dinanzi a un fatto inaccettabile sotto ogni profilo, umano o religioso che esso sia, come la scompara di un ragazzo. Neppure ci si può trincerare dietro l’altra ancor più cattiva retorica del “certi guai si cercano col lanternino”.

Chi ha conosciuto Andrea Chaves ha avuto da subito l’impressione di trovarsi di fronte a qualcosa di veramente grande che superava i grandi risultati che otteneva in qualunque campo si fosse applicato. C’era veramente molto, molto di più. C’era il senso compiuto della ricerca interiore, propria dei grandi personaggi. Pensiamo a quella dei pochi illuminati che abbiano calcato questa Terra. Ecco chi era Andrea: un illuminato a cui non è stato lasciato il tempo di svegliare molte coscienze, forse perché non gli è stato lasciato il tempo di arrivare ai traguardi a cui ambiva. Da chi? Noi “non illuminati” non lo sapremo mai. Non crediamo di avere in futuro la possibilità di conoscere un’altra mente come Andrea. Ciò che faceva non era solo una sfida verso l’impossibile, ma probabilmente puntava alla costruzione dell’Uomo. E Andrea lo ha costruito troppo in fretta per la visione semplice e ingenua dei mortali.

Basterebbero le parole che spontaneamente ha affidato a internet, auto filmandosi nella più assoluta solitudine proprio sulla montagna che avrebbe posto fine alla sua vita terrena.

Dove sia ora Andrea non si sa. Ma da quelle parole nell’immersione del silenzio assoluto uomo – natura che lascerebbe basiti atei e credenti, ci si rende conto che Andrea aveva veramente già raggiunto ciò che voleva. Quelle parole. Non certo scritte prima, ma uscite spontanee dallo stupendo e stupefacente pensiero, dinanzi a uno spettacolo che solo gli illuminati sono in grado di leggere attentamente e capire nel più profondo dei significati. “Qui sopra si vede l’infinito” – aveva detto. Proprio come se avesse finalmente raggiunto ciò che cercava. Per i mortali, con troppa fretta.

La ricerca verso l’alto Andrea l’aveva raggiunta lavorando sulla mente e sul pensiero, attraverso le possibilità fisiche della corsa, della riflessione spirito-corpo delle arti marziali, dello studio della Divina Commedia (non a caso “il libro dei libri” che più di ogni altro sarà sempre attuale nei secoli), nel volo dell’aliante, silenzioso e portatore di immagini e ricordi proiettati verso l’ignoto e verso il futuro. E per ultimo, l’ascesa sulle montagne, dove ha affidato il suo testamento spirituale.

“Sono in mezzo a una bufera di vento e nebbia. Si gela. Non c’è nessuno. Sono da solo sul tetto d’Europa. È un sogno che portavo nel cuore da tanto. Non importa se c’è brutto tempo, se non si vede nulla del paesaggio e di tutto quello che c’è ai miei piedi. Non mi interessa perché dentro al cuore si vede l’infinito, tutto il cielo azzurro, tutte le stelle che mi hanno custodito in queste notti e tutte le montagne lontane che sono sogni del futuro. Si vede tutta la bellezza della vita. Per chi ama davvero la montagna, in questo muro bianco di tempesta si vede tutto questo. E anche di più”.

Non stiamo parlando di un sessantenne al capolinea, dopo le innumerevoli esperienze di vita, ma di un ventunenne. Chissà cosa ha visto, “di più”, Andrea. Ma di certo adesso è felice, consapevole di aver lasciato molto. A noi, piccolissimi mortali, non rimane che interpretarne l’esempio nel migliore dei modi possibile, cercando di carpirne l’essenza più profonda e nella speranza di arrivare a credere che su questa Terra, nulla si muova per caso.

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Il furto della Gioconda (via: FINESTRE SULL’ARTE)

Tra il 21 e il 22 agosto 1911 l’italiano Vincenzo Peruggia
rubò la Gioconda di Leonardo da Vinci
mettendo a segno il furto d’arte più famoso della storia.

“E ora ridateci la Gioconda”. A chi di voi non si stampa un sorriso compiaciuto sul volto nel ricordare questo slogan?! Eppure i francesi sono innocenti, e la rocambolesca storia della Giocondadi Leonardo da Vinci, può confermarlo.

Tra il 1502 e il 1503, Leonardo si trovava a Firenze e accettò di buon grado l’offerta del mercante Francesco del Giocondo che, nel tentativo di ostentare la propria ascesa sociale, gli commissionò il ritratto della moglie, Lisa Gherardini. Il mercante, però, non aveva fatto bene i conti con la risaputa mania di perfezione del maestro che lavorò al dipinto per ben quattro anni; nel 1507 lo portò con sé a Milano e continuò a ritoccarlo ancora fino al 1513. Morale della storia: il ritratto non fu mai consegnato ai due coniugi del Giocondo, anzi nel 1517 prese addirittura la via della Francia. Leonardo lo portò con sé ad Amboise quando fu chiamato a lavorare come pittore di corte presso il re Francesco I e dopo la sua morte la Gioconda entrò a far parte delle collezioni reali francesi, per poi essere trasferita di volta in volta nelle varie residenze dei sovrani succedutisi, fino ad approdare nel museo simbolo della rivoluzione, il Louvre, senza destare particolare attenzione. Napoleone la spostò nuovamente per ornare la camera da letto di Joséphine alle Tuileries, ma tornò poco dopo al Louvre dove artisti e scrittori – ormai nel pieno della temperie romantica – iniziarono a guardare Monna Lisa con occhi diversi. Nell’immaginario collettivo la donna dal sorriso sardonico divenne l’emblema della sensualità femminile, una femme fatale, avvolta da un alone di mistero e di alchimia, come del resto è successo per il suo autore, artista, scienziato, genio, quasi mago.

La fama del dipinto è cresciuta poi a dismisura in seguito a questa singolare vicenda: la mattina del 22 agosto 1911 il pittore francese Louis Béroud si era recato di buon’ora al Louvre, chiuso al pubblico come ogni lunedì, per svolgere il suo lavoro da copista. Aveva intenzione di ritrarre proprio la Gioconda. Ma giunto davanti alla parete si accorse che il quadro non c’era. Davanti a lui il muro era vuoto e il dipinto sparito.

Leonardo da Vinci, La Gioconda
Leonardo da Vinci, La Gioconda (1503-1513 circa; olio su tavola, 77 x 53 cm; Parigi, Louvre)

Quegli attimi ci vengono raccontati da un articolo pubblicato su Le Figaro, nell’edizione del 23 agosto. All’inizio, il brigadiere Poupardin, allertato da Béroud, pensava che la Gioconda fosse stata spostata nello studio fotografico Braun, dal quale il Louvre si riforniva e che era autorizzato al trasporto delle opere per fotografarle (a condizione di non spostarle negli orari di apertura del museo al pubblico). Tuttavia, il quadro non si trovava nell’atelier e ci si dovette render conto dell’evidenza che era stato rubato, e che dell’opera non rimanevano che la cornice e il vetro, abbandonati dal ladro all’interno del Louvre. Le sale furono evacuate, tutte le porte del museo furono chiuse e il personale fu subito convocato per i primi interrogatori di rito.

Si trattava del primo grande furto di un’opera d’arte da un museo: il colpo del secolo. Immediatamente la polizia francese iniziò ad interrogare tutti coloro che erano stati al Louvre durante alcuni lavori di manutenzione, ma senza alcun risultato. Alcuni sospetti caddero su un gruppo di operai che il giorno precedente, il lunedì (già allora giorno di chiusura al pubblico), era stato visto davanti alla Gioconda, ma risultò che erano puliti. Furono poi sospettati Apollinaire e Picasso (il primo anche arrestato) per aver sempre palesato la voglia di svuotare i musei e di riempirli con le loro opere. Ovviamente si trattava di megalomanie da artisti. Le autorità francesi pensavano addirittura ad un colpo di Stato dei tedeschi, che non solo stavano tentando di rubargli le colonie in Africa, ma tentavano anche di depredarli dei loro capolavori. Insomma, le pagine dei giornali parlarono a lungo della vicenda e il Louvre rimase per ben due anni sconvolto e senza la sua Monna Lisa, fino al 1913, quando il quadro comparve a Firenze.

Il furto della Gioconda su Le Petit Parisien
Il furto della Gioconda su Le Petit Parisien

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La mia terra è disfatta

Wendy Ortiz Insta: wendyortizartLa mia terra è disfatta.
Nè Dio nè Satanasso
Riusciranno, però,
a farla inginocchiar ancora.
Alla prossima prova
Si vestirà col lutto degli antichi
Senza versare lacrime nè canti,
E aspetterà ritta sulle sue gambe
che i mari la sommergano.
Pronta ad emerger fiera dalla spuma
Per sottrarre agli dei l’inutile vittoria.

E’ difficile essere dei buoni cristiani

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Oggi il male ci sfida irridendoci eppure noi dovremmo essere capaci di ricondurlo al bene perdonando.

Io pensavo: è giusto perdonare  chi ha commesso un delitto se avrà scontato una giusta pena e si sarà pentito.

Mi sbagliavo. Il Papa ( Udienza Generale Piazza San Pietro Mercoledì, 3 febbraio 2016) mi corregge e m’insegna che bisogna usare la stessa misericordia che Dio usa verso ciascuno di noi e quindi, come Dio, bisogna essere pronti sempre e comunque a perdonare.
WhatsApp Image 2017-05-27 at 18.14.46“Se pensiamo all’amministrazione legale della giustizia, vediamo che chi si ritiene vittima di un sopruso si rivolge al giudice in tribunale e chiede che venga fatta giustizia. Si tratta di una giustizia retributiva, che infligge una pena al colpevole, secondo il principio che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Come recita il libro dei Proverbi: «Chi pratica la giustizia è destinato alla vita, ma chi persegue il male è destinato alla morte» (11,19). Anche Gesù ne parla nella parabola della vedova che andava ripetutamente dal giudice e gli chiedeva: «Fammi giustizia contro il mio avversario» (Lc 18,3).
Questa strada però non porta ancora alla vera giustizia perché in realtà non vince il male, ma semplicemente lo argina. È invece solo rispondendo ad esso con il bene che il male può essere veramente vinto.
Ecco allora un altro modo di fare giustizia che la Bibbia ci presenta come strada maestra da percorrere. Si tratta di un procedimento che evita il ricorso al tribunale e prevede che la vittima si rivolga direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza. In questo modo, finalmente ravveduto e riconoscendo il proprio torto, egli può aprirsi al perdono che la parte lesa gli sta offrendo. E questo è bello: a seguito della persuasione di ciò che è male, il cuore si apre al perdono, che gli viene offerto. È questo il modo di risolvere i contrasti all’interno delle famiglie, nelle relazioni tra sposi o tra genitori e figli, dove l’offeso ama il colpevole e desidera salvare la relazione che lo lega all’altro. Non tagliare quella relazione, quel rapporto.Certo, questo è un cammino difficile. Richiede che chi ha subìto il torto sia pronto a perdonare e desideri la salvezza e il bene di chi lo ha offeso. Ma solo così la giustizia può trionfare, perché, se il colpevole riconosce il male fatto e smette di farlo, ecco che il male non c’è più, e colui che era ingiusto diventa giusto, perché perdonato e aiutato a ritrovare la via del bene. E qui c’entra proprio il perdono, la misericordia.”
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Però, Santità, se, come nel caso di Riina o dell’ISIS, il colpevole dice che nonostante il male fatto a una moltitudine di persone non ha niente di cui pentirsi?
Come potrà essere capace il vero cristiano, in questi casi, esercitare la giustizia e la misericordia nel modo che Lei suggerisce?

Vorrei tanto capire.

Benito Ciarlo

 

 

 

Saint Laurent chez Marçinoulle

 

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S’inerpica il sentiero tra le piante
di pini, di castagni, di betulle
e giunge sulla cima tra le sante
vestigia della chiesa a Marçinoulle:
Eremo incerto di pareti infrante,
di tetti aperti, di colonne brulle:
che il sogno fan rivivire, e l’incanto
del salmodiar a gloria di quel Santo.

Benito Ciarlo

RESISTERE AL MALE? Te lo dico in ottava rima…

Matteo 5:39 “se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra“.

RESISTERE AL MALE
(MEDITAZIONE IN OTTAVA RIMA)
E’ vero, Cristo disse: “Non reagire!”
“Per uno schiaffo tu non t’adirare
dài l’altra guancia e fallo per finire
e non ti costi molto il perdonare”.
Però facciam lo sforzo di capire:
è cosa buona e giusta anche lottare
contro ogni male con la vigoria
che il perfido maligno scacci via!
Benito Ciarlo 22/02/17

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Studio: Cecco del Caravaggio – Gesù scaccia i mercanti dal Tempio

 

Chi può essere così incoerente da indurirsi, appunto per amore di Cristo, a consentire ad un bruto di uccidere un bambino, pur potendo impedire l’aggressione? È assurdo appellarsi a un Vangelo della non violenza, si tratterebbe della più ridicola e irritante caricatura del Cristianesimo. Quel che si dice del singolo, vale con più ragione dello Stato,che deve tutelare la vita, l’onore, i beni, la libertà dei cittadini contro ogni ingiusto aggressore, ricorrendo – se necessario – anche alla forza.”

PER UNA PISTOLA DI SAPONE – LA TRAGEDIA DEL TRENO LOCALE 2811

Lunedì 25 gennaio del 1971 un tentativo di evasione di due delinquenti, durante il trasferimento in treno da un carcere all’altro, alla stazione di Novi Ligure,  si trasformò in una vera e propria carneficina.
Tutto ebbe inizio da una pistola di sapone colorata col nerofumo.
Riporto l’articolo dell’inviato de La Stampa che descrive, momento per momento (sembra di vedere un film), l’agghiacciante episodio

 

novitreno

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