La mia terra è disfatta

Wendy Ortiz Insta: wendyortizartLa mia terra è disfatta.
Nè Dio nè Satanasso
Riusciranno, però,
a farla inginocchiar ancora.
Alla prossima prova
Si vestirà col lutto degli antichi
Senza versare lacrime nè canti,
E aspetterà ritta sulle sue gambe
che i mari la sommergano.
Pronta ad emerger fiera dalla spuma
Per sottrarre agli dei l’inutile vittoria.

E’ difficile essere dei buoni cristiani

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Oggi il male ci sfida irridendoci eppure noi dovremmo essere capaci di ricondurlo al bene perdonando.

Io pensavo: è giusto perdonare  chi ha commesso un delitto se avrà scontato una giusta pena e si sarà pentito.

Mi sbagliavo. Il Papa ( Udienza Generale Piazza San Pietro Mercoledì, 3 febbraio 2016) mi corregge e m’insegna che bisogna usare la stessa misericordia che Dio usa verso ciascuno di noi e quindi, come Dio, bisogna essere pronti sempre e comunque a perdonare.
WhatsApp Image 2017-05-27 at 18.14.46“Se pensiamo all’amministrazione legale della giustizia, vediamo che chi si ritiene vittima di un sopruso si rivolge al giudice in tribunale e chiede che venga fatta giustizia. Si tratta di una giustizia retributiva, che infligge una pena al colpevole, secondo il principio che a ciascuno deve essere dato ciò che gli è dovuto. Come recita il libro dei Proverbi: «Chi pratica la giustizia è destinato alla vita, ma chi persegue il male è destinato alla morte» (11,19). Anche Gesù ne parla nella parabola della vedova che andava ripetutamente dal giudice e gli chiedeva: «Fammi giustizia contro il mio avversario» (Lc 18,3).
Questa strada però non porta ancora alla vera giustizia perché in realtà non vince il male, ma semplicemente lo argina. È invece solo rispondendo ad esso con il bene che il male può essere veramente vinto.
Ecco allora un altro modo di fare giustizia che la Bibbia ci presenta come strada maestra da percorrere. Si tratta di un procedimento che evita il ricorso al tribunale e prevede che la vittima si rivolga direttamente al colpevole per invitarlo alla conversione, aiutandolo a capire che sta facendo il male, appellandosi alla sua coscienza. In questo modo, finalmente ravveduto e riconoscendo il proprio torto, egli può aprirsi al perdono che la parte lesa gli sta offrendo. E questo è bello: a seguito della persuasione di ciò che è male, il cuore si apre al perdono, che gli viene offerto. È questo il modo di risolvere i contrasti all’interno delle famiglie, nelle relazioni tra sposi o tra genitori e figli, dove l’offeso ama il colpevole e desidera salvare la relazione che lo lega all’altro. Non tagliare quella relazione, quel rapporto.Certo, questo è un cammino difficile. Richiede che chi ha subìto il torto sia pronto a perdonare e desideri la salvezza e il bene di chi lo ha offeso. Ma solo così la giustizia può trionfare, perché, se il colpevole riconosce il male fatto e smette di farlo, ecco che il male non c’è più, e colui che era ingiusto diventa giusto, perché perdonato e aiutato a ritrovare la via del bene. E qui c’entra proprio il perdono, la misericordia.”
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Però, Santità, se, come nel caso di Riina o dell’ISIS, il colpevole dice che nonostante il male fatto a una moltitudine di persone non ha niente di cui pentirsi?
Come potrà essere capace il vero cristiano, in questi casi, esercitare la giustizia e la misericordia nel modo che Lei suggerisce?

Vorrei tanto capire.

Benito Ciarlo

 

 

 

RESISTERE AL MALE? Te lo dico in ottava rima…

Matteo 5:39 “se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra“.

RESISTERE AL MALE
(MEDITAZIONE IN OTTAVA RIMA)
E’ vero, Cristo disse: “Non reagire!”
“Per uno schiaffo tu non t’adirare
dài l’altra guancia e fallo per finire
e non ti costi molto il perdonare”.
Però facciam lo sforzo di capire:
è cosa buona e giusta anche lottare
contro ogni male con la vigoria
che il perfido maligno scacci via!
Benito Ciarlo 22/02/17

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Studio: Cecco del Caravaggio – Gesù scaccia i mercanti dal Tempio

 

Chi può essere così incoerente da indurirsi, appunto per amore di Cristo, a consentire ad un bruto di uccidere un bambino, pur potendo impedire l’aggressione? È assurdo appellarsi a un Vangelo della non violenza, si tratterebbe della più ridicola e irritante caricatura del Cristianesimo. Quel che si dice del singolo, vale con più ragione dello Stato,che deve tutelare la vita, l’onore, i beni, la libertà dei cittadini contro ogni ingiusto aggressore, ricorrendo – se necessario – anche alla forza.”

Dante torna a Serravalle e ci porta in Purgatorio | Giornale7

Tornano gli appuntamenti con Dante e la sua “Divina Commedia” a Serravalle Scrivia. Venerdì sera alle 21 presso la Biblioteca Comunale “Roberto Allegri”, Benito Ciarlo e Andrea Chaves, forti del grande successo che le serate precedenti hanno sempre avuto, tornano per leggere e commentare un’opera tanto antica quanto attuale e fondamentale per la cultura italiana.

La serata sarà dedicata al VI canto del Purgatorio,…

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STORIA DI ROMA – 3.4 LA MONARCHIA. TARQUINIO PRISCO – SERVIO TULLIO

STORIA ROMANA IN VERSI
di Alberto Cavaliere

LA MONARCHIA : TARQUINIO PRISCO – SERVIO TULLIO

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Tarquinio, in séguito
chiamato Prisco,
sulla cui origine
non garantisco,

forse era un nobile
di schiatta etrusca:
a Roma il titolo
di re si busca.

È un uomo energico,
sagace e giusto;
e mentre edifica
con molto gusto

il memorabile
tempio di Giove,
a Roma incorpora
centurie nuove,

sapienti e pratiche
leggi compila,
sicché in buon ordine
lo Stato fila.

Intanto, come un principe
in casa egli educava
un Tullio, detto Servio,
figliuolo d’una schiava.

Cresciuto, questo giovane
si mostra tanto saggio,
dà prove così fulgide
d’acume e di coraggio,

che il re lo fa suo genero,
con atto intelligente,
sdegnoso delle chiacchiere
della patrizia gente.

La prole d’Anco Marcio
la plebe ognor sobilla
e uccide il re; la vedova
di questi, Tanaquilla,

astuta, cela al popolo
la morte del re buono
e fa regnare il genero,
che resta poi sul trono.

Ha Servio una notevole
vittoria sui Veienti ;
lo Stato, indi, riordina
contando le sue genti.

Poi la città fa cingere
di poderose mura
e, dopo che l’unanime
consenso si procura,

egli interpella il popolo,
ch’è soddisfatto assai:
neppure un ” no ” (di regola,
un ” no ” non manca mai).

Per cattivarsi l’animo
dei figli di Tarquinio,
che di quell’ex – domestico
invidiano il dominio,

decide ch’ai due giovani,
chiamati Lucio e Arante,
in matrimonio siano
le figlie sue congiunte.

Egli ha due figlie: tenera
l’una e assai saggia; l’altra,
ch’ha nome Tullia, perfida,
vile, ambiziosa e scaltra.

Dei figli di Tarquinio,
Arunte è buono e serio,
Lucio è malvagio, indocile
e senza alcun criterio.

Re, Servio dà a quest’ ultimo
la prima figlia e invece
affibbia all’altro Tullia,
ch’ha un’anima di pece.

L’ingenuo re fantastica:
” Certo, quel Lucio è un empio,
ma si potrà correggere
se accanto ha il buon esempio.

Tullia è un po’ vispa, elastica,
e spesso m’indispone;
si calmerà, sposandosi:
Arunte è un bonaccione…”.

Discorsi, applausi, brindisi…
Però, ben presto – ahimè! –
le cose non procedono
come pensava il re.

Sopprimon, Lucio e Tullia,
le loro due metà,
sposando fra lo scandalo
di tutta la città.

Fanno re Servio uccidere
dai loro partigiani
e un giogo insopportabile
impongono ai Romani.

La snaturata Tullia,
con sorridente viso,
passa col cocchio,
in pubblico, sul genitore ucciso.

Il luogo ove fu il crimine
nefando consumato
restò per molti secoli
il Vico Scellerato,

a ricordare ai posteri
come la furia bieca
dell’ambizione gli uomini,
e più le donne, acceca.

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Congedo del viaggiatore cerimonioso

(Poesia di Giorgio Caproni)

viaggiatore

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

Metasemantiche d’inizio autunno

«La metasemantica (il termine origina dal prefisso μετά e dalla parola σημαντικός è una tecnica letteraria teorizzata ed utilizzata da Fosco Maraini, nella sua raccolta di poesie “Gnòsi delle fànfole” del 1978.
Un linguaggio simile a questa tecnica (per lo più definito come non- sense) era stato usato anche da Lewis Carroll nel suo poemetto Jabberwocky pubblicato nel 1871.
»

La camicàrna del roman dignèrca
molce di gruffa nel filoso frago
si che la calfa del prefurmastèrca
scoppia, sferecchia e sbrucola nel lago.

In diffiringa muovesi e strabèrca
la gruffa rotta divenuta drago:
raggiunge al volo (ma che cosa cerca?)
il prafoncello del Comun d’Assago

Vanno i dubbeschi storgidi per via
contriti a desclavar la “Copurnaia”
mentre repàrgan come i filugelli,

di quei dubbesci stifidi, i fratelli!
Ah, suoni freddi della spramolaia
smeccate di spaffar l’anima mia!

Benito Ciarlo  24/10/16

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