Dante 24 : 02 : 2017 – in Biblioteca

comune

COMUNE DI SERRAVALLE SCRIVIA
Provincia di Alessandria
Assessorato alla Comunicazione
Servizio Politiche Attive per la Collettività

 

Serravalle Scrivia.

Lettura del VI Canto del Purgatorio con Benito Ciarlo e Andrea Chaves.

Venerdì  24 febbraio, alle 21.00, presso la Biblioteca Comunale “Roberto Allegri”.

 

Venerdì 24 febbraio, alle 21.00, presso la Biblioteca Comunale “Roberto Allegri” di Serravalle Scrivia, continueranno gli appuntamenti dedicati a Dante e alla Divina Commedia. Benito Ciarlo e Andrea Chaves leggeranno e commenteranno il canto VI del Purgatorio che viene spesso definito il Canto di Sordello e dell’apostrofe contro l’Italia.

dante_24-02-2017

Si tratta di un canto politico in cui Dante impreca, con una sublime invettiva, alle discordie d’Italia e, perciò, fu il canto più caro agli uomini del nostro Risorgimento.

Questo canto corrisponde armonicamente agli altri due canti “politici”: il Sesto dell’Inferno e il Sesto del Paradiso. Nell’Inferno Ciacco delinea il dramma politico di Firenze del 1300, e nel Paradiso Giustiniano fa rivivere le plurisecolari vicende dell’Impero. Con perfetta simmetria, dunque, Dante si eleva gradatamente dalla visione politica particolare a una visione politica nazionale  e universale.

Sintesi

Le anime dei morti violentemente si stringono, per chiedere suffragi, intorno a Dante, che ha ripreso il suo cammino e che riconosce fra di loro molti noti personaggi del suo tempo. La richiesta di preghiere da parte dei penitenti provoca un dubbio nel Poeta, il quale ha presente l’affermazione da Virgilio fatta nell’Eneide circa l’inutilità della preghiera per mutare un decreto divino: ma, spiega il maestro, vana è solo la supplica non rivolta al vero Dio, mentre nel mondo cristiano essa, con il suo ardore, può muovere a misericordia la volontà celeste. Virgilio poi si accosta a un’anima isolata dalle altre perché venga loro indicata la via migliore per salire: ma quella risponde chiedendo notizie della patria e della vita dei due pellegrini. Non appena Virgilio pronuncia il nome di Mantova, l’ombra si protende verso di lui, rivelandosi: « lo sono Sordello e sono della tua stessa terra » e abbracciandolo. Dante di fronte a questa manifestazione di amore patrio inizia una violenta invettiva contro l’Italia, i cui cittadini hanno dimenticato ogni virtù e ogni concordia, combattendosi come nemici. Invano Giustiniano ha riorganizzato le leggi della vita civile, se la Chiesa, intervenendo in campo politico, impedisce all’imperatore di governare. Del resto gli ultimi imperatori, presi dai problemi della Germania, non si sono più curati né dell’Italia né della città imperiale per eccellenza, Roma. L’apostrofe termina con la visione di Firenze dilaniata dalle lotte interne e incapace di darsi uno stabile governo.

Sorgente: Comunicato Stampa – Dante_24_02_2017_in Biblioteca.doc – Documenti Google

In attesa dell’alba

Si placa, riposando sulla sabbia,
l’onda che mi sembrò volesse ardire
di raggiungere il cielo con un balzo.
S’acquieta l’impeto del vento
che dal profondo l’aveva sollevata.
Il silenzio si staglia sulla costa
rotto dallo sciacquio dell’ acqua cheta.

La calma vuole che rinasca il sole.

L’urlo interrotto, tuttavia, è sospeso
nella scogliera ancora spalancata.

Un turbine di schiuma ricomincia
a flagellar le rocce e l’arenile,
risorge il mormorio quasi a schernire
quella calma precaria. Ho il volto teso
e gli occhi all’orizzonte, intorpiditi,
in attesa di luce mattutina
che pare ritardare e non mostrarsi
glorificando tenebre e tempesta.

marealbafaro

STORIA DI ROMA – 3.4 LA MONARCHIA. TARQUINIO PRISCO – SERVIO TULLIO

STORIA ROMANA IN VERSI
di Alberto Cavaliere

LA MONARCHIA : TARQUINIO PRISCO – SERVIO TULLIO

tp

Tarquinio, in séguito
chiamato Prisco,
sulla cui origine
non garantisco,

forse era un nobile
di schiatta etrusca:
a Roma il titolo
di re si busca.

È un uomo energico,
sagace e giusto;
e mentre edifica
con molto gusto

il memorabile
tempio di Giove,
a Roma incorpora
centurie nuove,

sapienti e pratiche
leggi compila,
sicché in buon ordine
lo Stato fila.

Intanto, come un principe
in casa egli educava
un Tullio, detto Servio,
figliuolo d’una schiava.

Cresciuto, questo giovane
si mostra tanto saggio,
dà prove così fulgide
d’acume e di coraggio,

che il re lo fa suo genero,
con atto intelligente,
sdegnoso delle chiacchiere
della patrizia gente.

La prole d’Anco Marcio
la plebe ognor sobilla
e uccide il re; la vedova
di questi, Tanaquilla,

astuta, cela al popolo
la morte del re buono
e fa regnare il genero,
che resta poi sul trono.

Ha Servio una notevole
vittoria sui Veienti ;
lo Stato, indi, riordina
contando le sue genti.

Poi la città fa cingere
di poderose mura
e, dopo che l’unanime
consenso si procura,

egli interpella il popolo,
ch’è soddisfatto assai:
neppure un ” no ” (di regola,
un ” no ” non manca mai).

Per cattivarsi l’animo
dei figli di Tarquinio,
che di quell’ex – domestico
invidiano il dominio,

decide ch’ai due giovani,
chiamati Lucio e Arante,
in matrimonio siano
le figlie sue congiunte.

Egli ha due figlie: tenera
l’una e assai saggia; l’altra,
ch’ha nome Tullia, perfida,
vile, ambiziosa e scaltra.

Dei figli di Tarquinio,
Arunte è buono e serio,
Lucio è malvagio, indocile
e senza alcun criterio.

Re, Servio dà a quest’ ultimo
la prima figlia e invece
affibbia all’altro Tullia,
ch’ha un’anima di pece.

L’ingenuo re fantastica:
” Certo, quel Lucio è un empio,
ma si potrà correggere
se accanto ha il buon esempio.

Tullia è un po’ vispa, elastica,
e spesso m’indispone;
si calmerà, sposandosi:
Arunte è un bonaccione…”.

Discorsi, applausi, brindisi…
Però, ben presto – ahimè! –
le cose non procedono
come pensava il re.

Sopprimon, Lucio e Tullia,
le loro due metà,
sposando fra lo scandalo
di tutta la città.

Fanno re Servio uccidere
dai loro partigiani
e un giogo insopportabile
impongono ai Romani.

La snaturata Tullia,
con sorridente viso,
passa col cocchio,
in pubblico, sul genitore ucciso.

Il luogo ove fu il crimine
nefando consumato
restò per molti secoli
il Vico Scellerato,

a ricordare ai posteri
come la furia bieca
dell’ambizione gli uomini,
e più le donne, acceca.

Vai a:

Storia di Roma – pagina precedente

Storia di Roma pagina seguente

Congedo del viaggiatore cerimonioso

(Poesia di Giorgio Caproni)

viaggiatore

Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.

Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.

Ancora vorrei conversare
a lungo con voi. Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.

Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.

(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).

Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo – ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.

Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è sì lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.

Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.

Ora che più forte sento
stridere il freno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.

Scendo. Buon proseguimento.

Prof. Enzo Sardellaro – Grandi Papi per grandi crisi: Gregorio Magno, servus servorum Dei 

 

sangregorioPapa Gregorio Magno non ha certo bisogno di particolari presentazioni. Gli studi che si sono succeduti sulla sua figura e la sua opera sono innumerevoli e moltissimi di ottima qualità. Tuttavia, la proposta di una sia pur limitata presentazione in questa sede di Gregorio Magno nasce dalla constatazione della presenza di una sorta di “astuzia” della storia, che, nei momenti  più cruciali delle umane vicende , fa scaturire, quasi per magia, figure di papi altamente carismatiche e potenti. Negli anni più recenti abbiamo assistito all’opera di papa Woytila, e oggi è sotto i nostri occhi quella di papa Francesco, che si sta svolgendo, con alta ispirazione francescana, in un periodo storico tra i più tormentati della storia d’Europa e del mondo. Di qui l’intento di riproporre, per analogia, le vicende di un papa del più profondo Medioevo, che visse ed operò negli anni più devastanti e devastati della storia italiana ed europea dopo il “crash” fragoroso di quello che sembrava l’impero più inossidabile del mondo antico: l’impero romano.

Gregorio Magno fu un papa con una cultura e una conoscenza della politica “interna” dell’Italia, ed “estera” (il mondo bizantino) come è dato trovarne pochi nella storia del papato. Appartenente alla più alta aristocrazia romana, egli ebbe una visione completa ed analitica dei problemi politici,  economici e sociali che attanagliavano le popolazioni italiche sotto i Longobardi, e sotto il dominio del “nefandissimus Autharith” (Gregorii I Papae Registrum Epistularum).

Gregorio Magno conosceva bene i problemi dei coloni delle campagne della penisola e delle isole: Sicilia, Sardegna, Corsica.  In Sardegna, le popolazioni erano talmente spremute dalle tasse imposte  dalla “nefandissimam Langobardorum gentem”,  che se ne fuggivano via, oppure erano costrette dalla miseria a “suos vendere filios” [“a vendere i propri figli”], sintomo evidentissimo d’una degradante miseria. (Gregorii I Papae Registrum Epistularum).

In Sicilia, i Longobardi s’impadronivano di tutto, “possessiones et domos”, terre e case. I rustici stentavano a campare per via dei “tributa” troppo alti ed onerosi, cosicché la tassa fondiaria  “rusticos nostros vehementer angustet”, “abbatte e angustia i nostri contadini” ( Vitae Sancti Gregorii Papae Magni).
Egli “sapeva” tutte queste cose per esperienza personale; come dimostra la continua presenza nei suoi scritti  di un verbo che la dice lunga in questo senso: “Cognovimus”, ossia, “Abbiamo visto e conosciuto le cose”. Ed in effetti, le “cose” di Sicilia, per esempio,  egli le conosceva molto bene, perché uno dei  problemi di fondo degli anni del suo pontificato fu, tra i molti, anche quello di contrastare la presenza dei monasteri basiliani di rito greco, largamente presenti sia in Sicilia sia in Calabria.

“L’intervento diretto di Gregorio Magno nella vita dei monasteri da lui fondati era continuo: si può dire che non vi era atto importante per cui la decisione finale non fosse presa dal pontefice, Consideriamo il monastero di Lucuscano […] a Palermo, che il pontefice indica esplicitamente come monasterium meum (“il mio monastero”) [… Un altro monastero che Gregorio chiamava monasterium meum è quello di S. Ermete, pure a Palermo ”.Un caso consimile fu anche quello del monastero di S. Pietro ‘ad baias’ di Siracusa, che, a detta di Gregorio Magno, “olim noster fuerit” (“era stato nostro un tempo”).

In conclusione, scriveva S. Borsari,  “l’opera di Gregorio Magno nei confronti dei monasteri siciliani era rivolta a controllarne il più possibile la vita, intervenendo anche nelle elezioni abbaziali, per imporre delle persone di sua fiducia”. Il fatto che, spiegava acutamente S. Borsari, la maggior parte dei cristiani fosse di lingua greca “faceva sì che anche nel clero delle diocesi della Sicilia orientale fossero presenti degli ecclesiastici greci: abbiamo epigrafi greche di diaconi di Siracusa, Modica, e Catania”.

Lo stesso vescovo che reggeva la chiesa di Agrigento, e che, guarda caso, si chiamava anch’egli Gregorio, esercitò le sue funzioni proprio nel corso del pontificato di Gregorio Magno. Finché visse Gregorio Magno, “l’elemento greco poté essere tenuto in secondo piano”, ma dopo la sua morte le cose cambiarono radicalmente, perché “i pontefici del VII secolo non ebbero la medesima energia del loro predecessore, e quindi lasciarono agli elementi greci della Sicilia maggiore libertà di assurgere a posizioni di guida della vita spirituale dell’isola” (S. Borsari, Il monachesimo bizantino).

Andato in Sicilia a fondar monasteri, Gregorio Magno aveva pertanto una conoscenza “de visu” dei problemi economici dell’isola. Per l’alta  Italia la sua conoscenza delle condizioni sociali ed economiche non era minore: egli sapeva benissimo com’era la situazione: “Eversae urbes, castra eruta, ecclesiae distructae” (“città devastate, castelli abbattuti, e chiese distrutte”);  e sapeva  della povertà e dei corpi indeboliti dai morbi degli uomini e delle donne del popolo del suo tempo (Gregorii I Papae Registrum Epistularum), dei quali s’affannava a “prendersi cura” per quanto era in suo potere. Non meno bene gli erano noti i temi politici riguardanti i rapporti con i Bizantini, essendo stato a Bisanzio come Legato Apostolico di Papa Pelagio II:

“Ora la menzione fatta  de’ sacerdoti inviati dal romano pontefice a Costantinopoli,  a me fa credere che sia da riferire a questi tempi l’andata di san Gregorio Magno a risiedere in Costantinopoli col titolo ed impiego di Apocrisario Pontificio.  Oggidì chiamiamo Nunzj apostolici questi riguardevoli ministri della Santa Sede. Soleano [Erano soliti] allora i papi tenerne sempre uno presso dell’ imperadore [sic] in Costantinopoli,  e un altro ancora in Ravenna presso dell’esarco[a] [sic] affinché nell’una e nell’altra corte accudissero agli interessi e bisogni della Chiesa Romana. Certo è che Pelagio II papa quegli fu che, avuta considerazione alla nobiltà della nascita alla prudenza e [e]sperienza negli affari e al sapere e alla rara pietà di san Gregorio, conobbe di non poter scegliere miglior nobile di lui per valersene in quell’uffizio” (Annali d’Italia, di Ludovico Antonio Muratori).

Quando fu chiamato a ricoprire il Soglio Pontificio egli recalcitrò, ma poi alla fine cedette alle pressanti richieste. Egli accettò una carica così gravosa, in una situazione politica interna ed internazionale devastata, soprattutto perché intuiva nel profondo di essere uno dei pochi, se non l’unico, in quel frangente, a possedere tutti i requisiti intellettuali e morali per poter far fronte ad una sì eccezionale bisogna. Egli sentiva, tutto sommato, di essere “pronto” al governo della Chiesa, altrimenti non si capirebbero certe sue espressioni, come queste, per esempio, tratte dalla sua Regola Pastorale:

“Niuna arte e niuna cosa si debba presumere di insegnare, se in prima con intenta meditazione non si impara. Con qual temeritade adunque e con che stoltizia ricevono coloro che non sono dotti, il magisterio [sic] pastorale, considerando che ’l reggimento dell’anime sia arte delle arti?”.

Traducendo più alla moderna:

“ Non  si può presumere d’ insegnare alcuna arte,  se prima non la si è ben imparata. E dunque, con quale temerità coloro che sono sprovvisti d’ogni conoscenza  presumono di accedere al Magistero Pastorale, considerando che la cura delle anime è l’arte delle arti?” (Il Libro della Regola Pastorale di S. Gregorio Magno).

Gregorio Magno, al contrario di altri pretendenti al Soglio Pontificio, era invece  preparato ad affrontare una situazione difficilissima. E lo dimostra soprattutto la politica che egli instaurò nei rapporti del papato con tutti i potentati, in Italia, e fuori, con l’impero bizantino. Egli attivò una politica  estremamente difficile ad concretizzarsi: non si schierò con nessuna di queste forze, elevandosi invece “al di sopra” di esse, ed affrontando gli avversari con la tensione crescente  di mutarne i comportamenti.

Non trattò i Longobardi da “nemici” da battere a tutti i costi; ma, con un’attività stringente e avvolgente,  cercò in ogni modo di “convincerli”, spronando  per un’attività sempre più pressante  di conversione dei popoli,  anche in terre lontane (inviò, per esempio,  Agostino a convertire l’Inghilterra). In politica estera evitò accuratamente il  confronto egemonico con la Chiesa d’Oriente, facendosi piccolo. Cosicché, quando il Patriarca di Costantinopoli,  “il monaco Giovanni di Cappadocia, sopranominato il Digiunatore a cagione delle sue grandi astinenze” (Storia dei papi da san Pietro a Pio IX),  gli comunicò altezzosamente che il titolo di “chiesa ecumenica” o universale spettava soltanto alla chiesa di Costantinopoli, Gregorio ebbe un’intuizione pressoché geniale d’un effetto psicologico dirompente, smorzando ogni polemica, e definendo se stesso Servus Servorum Dei,  “Servo dei servi di Dio”. Diciamo che il Digiunatore aveva digiunato forse troppo; cosa che, alla lunga, può esser di  nocumento alla salute, nonché alla fama presso i posteri, datosi che egli, il Digiunatore, è ricordato negli Annali soltanto per il fatto d’essersi contrapposto in forme superomistiche a Gregorio Magno, che lo rintuzzò da par suo, facendogli fare una ben misera figura:

“Parlammo altrove sulle formole de Pontefici nelle loro lettere apostoliche [e di quella]  di Gregorius servus servorum Dei.  Questa adottò san Gregorio I per rintuzzar la tracotanza di Giovanni Digiunatore che si arrogava il titolo di vescovo universale nel declinar del secolo” (Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica).

All’attività legata esplicitamente al suo Magistero, egli inoltre avviò un’azione di aiuto concreto agli indigenti. Insomma, di fronte ad un mondo che appariva chiaramente devastato nonché  “diviso” (Longobardi, Bizantini,  popoli affamati, chiesa orientale), dove tutto tirava al suo contrario, Gregorio Magno si pose “al di sopra” di una  disgregazione che appariva ormai “universale”, per avviare un’unificazione, attraverso la conversione,  in cui tutti si potessero riconoscere.

Alla fine dell’Impero romano, l’unico che tentò di coagulare nazioni e popoli diversi e profondamente divisi fu Gregorio Magno: un grande Papa, per una grande crisi.

Egli agì con eccezionale forza di volontà, mai facendo intendere che la sua bontà potesse essere scambiata per debolezza. Infatti, egli diceva, saprà ben governare soltanto

“Colui […] il quale non desidera l’altrui cose, anzi dona le sue; il quale, per le viscere della pietade, che in lui sono, prestamente si piega a perdonare le ingiurie, ma perdonando non più che si convenga, giammai non si diparte dalla rocca della dirittura”.

Traducendo: “Può governare bene  le cose del mondo  soltanto colui che non desidera i beni degli altri; ma, al contrario, dona del suo; colui che, con animo pietoso, è altresì pronto a perdonare le offese, ma senza eccedere, e senza mai allontanarsi dalla rettitudine, dando segnali di debolezza” (Il Libro della Regola Pastorale di S. Gregorio Magno).

Non ci si  poteva augurare papa più Grande, Magnus, per quei lontani e terribili anni della prima storia d’Italia e d’Europa.

 

Sorgente: Grandi Papi per grandi crisi: Gregorio Magno, servus servorum Dei | INTERPRETAZIONI: Passato e Presente

Fonti:

“Gregorius Presbiteris Diaconibus et Clero Mediolanensis Ecclesiae”, in Gregorii I Papae Registrum Epistularum, in Monumenta Germaniae Historica, Tomus I, Berolini, 1891,   pp. 186-187, pp. 324-325, p. 23.

“Vitae Sancti Gregorii Papae Magni”, in Opera Omnia, Venetiis, MDCCLXXV [1725], Tomus Decimumus Quintus,  p. 318.

Il Libro della Regola Pastorale di S. Gregorio Magno. Volgarizzamento inedito del secolo XIV, tratto da un manoscritto della Biblioteca Ambrosiana da Antonio Ceruti, Milano, Tipografia e Libreria Vescovile, 1869, p. 3 e  p. 22.

Annali d’Italia ed altre opere varie di Ludovico Antonio Muratori. Dall’anno 476 all’anno 997, Milano, Tipografia de’ Fratelli Ubicini, 1838, Vol. II,  p. 128.

Storia dei papi da san Pietro a Pio IX, a cura di A. Bianchi Giovini, Milano, Sanvito, 1865, Vol. II,  p. 68: “Nel 585 essendo morto Eutichio, patriarca di Costantinopoli, gli succedette il monaco Giovanni di Cappadocia, sopranominato [sic] il Digiunatore a cagione delle sue grandi astinenze; il quale i greci hanno posto fra i santi e forse lo stesso onore gli avrebbono [avrebbero] concesso i latini senza il demerito di avere conteso con un altro santo”. Il che sarebbe potuto anche essere, se soltanto il Digiunatore avesse saputo dismettere per un momento i panni di Superman.

S. Borsari, Il monachesimo bizantino nella Sicilia e nell’Italia meridionale prenormanne, Napoli, Istituto Italiano per gli Studi Storici, 1963, pp. 29-32 e 19-21.

Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai nostri giorni, Compilato dal Cavalier G. Moroni Romano, in Venezia, Dalla Tipografia Emiliana, MDCCCXLVI [1846], Vol. XXXVIII,  p. 135.

 

Donna con vaso di fiori, di Edgar Degas

Donna con vaso di fiori Autore: Edgar Degas 1865   New York, Metropolitan Museum

In questo splendido dipinto di Edgar Degas, che potremmo riassumere col titolo Donna con un vaso di fiori, il grande pittore impressionista reinterpreta il classico tema della natura morta aggiungendo una grande vitalità alla composizione. Sarebbero bastati anche soltanto i guanti gettati con nonchalance sul bordo del tavolo per dare un’aria di immediatezza al dipinto (segno che i fiori che compongono il bouquet sono stati appena raccolti), ma Degas sceglie di andare oltre e dipinge, vicino al tavolo, colei che ha appena raccolto i fiori. La donna appoggia con estrema naturalezza il gomito sul tavolo e porta la mano alla bocca: si sta chiaramente rilassando qualche minuto dopo aver realizzato la sua coloratissima composizione floreale e dopo averla adeguatamente irrorata con l’acqua che vediamo nella brocchetta vicina al vaso.
La donna ritratta potrebbe essere (ma non lo sappiamo con certezza) la moglie di Paul Valpinçon, amico d’infanzia di Degas. L’artista dimostra anche una notevole abilità tecnica nel rendere la delicatezza dei fiori: vediamo dalie, anemoni, violeciocche, garofani e molte altre specie che fioriscono in estate. Il dipinto è firmato e datato (risale al 1865, quando l’artista aveva trentun anni) e fu venduto dall’artista nel 1887. Nel 1921, in seguito a diverse altre cessioni, pervenne nella collezione della filantropa e collezionista d’arte Louisine Havemayer, e alla scomparsa di quest’ultima, nel 1929, entrò a far parte della raccolta del Metropolitan Museum di New York, dove è tuttora conservato.

Il pubblico italiano ha potuto vederlo per la prima volta alla mostra su Degas al Vittoriano del 2004-2005. 14 febbraio 2017


Sorgente: Donna con vaso di fiori di Edgar Degas – Finestre sull’Arte, podcast di storia dell’arte

Metasemantiche d’inizio autunno

«La metasemantica (il termine origina dal prefisso μετά e dalla parola σημαντικός è una tecnica letteraria teorizzata ed utilizzata da Fosco Maraini, nella sua raccolta di poesie “Gnòsi delle fànfole” del 1978.
Un linguaggio simile a questa tecnica (per lo più definito come non- sense) era stato usato anche da Lewis Carroll nel suo poemetto Jabberwocky pubblicato nel 1871.
»

La camicàrna del roman dignèrca
molce di gruffa nel filoso frago
si che la calfa del prefurmastèrca
scoppia, sferecchia e sbrucola nel lago.

In diffiringa muovesi e strabèrca
la gruffa rotta divenuta drago:
raggiunge al volo (ma che cosa cerca?)
il prafoncello del Comun d’Assago

Vanno i dubbeschi storgidi per via
contriti a desclavar la “Copurnaia”
mentre repàrgan come i filugelli,

di quei dubbesci stifidi, i fratelli!
Ah, suoni freddi della spramolaia
smeccate di spaffar l’anima mia!

Benito Ciarlo  24/10/16

ct3dvknwoaezo2t